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E quindi alla fine fa la riforma del terzo settore è stata approvata in Senato. Salvo alcuni particolari, le modifiche rispetto al testo della Camera sono quelle anticipate due settimane fa su ideeinrete.coop. Ora, salvo soprese, il passaggio alla Camera dovrebbe essere una formalità. Tempo di bilanci, dunque. Nei due anni di discussione non abbiamo risparmiato commenti critici sui lavori del Parlamento; in molti casi lo sviluppo del dibattito ci ha dato infine ragione, in alcuni altri no. Ma, per dare un giudizio conclusivo, si può dire questo: il testo approvato in Senato, assai migliorato rispetto a quello della Camera, non è forse quello ideale che avremmo desiderato (ancora nell'articolo sopra citato, accanto a molti apprezzamenti, si siano sottolineate alcune criticità), ma sicuramente è il migliore che questo Parlamento può approvare. Dopo due anni di dibattiti siamo persuasi che l'alternativa non sarebbe un testo migliore, ma l'accantonamento della riforma. E questo rappresenterebbe la perdita di un'occasione importante di far evolvere in senso positivo il terzo settore italiano. Volendo identificare i tre principali motivi di questa valutazione indicheremmo i seguenti:.

1) Il terzo settore non è solo più un'espressione di studiosi, ma una categoria giuridica; permangono le specificità di ciascuna forma giuridica, ma entro un quadro comune di caratteristiche, obblighi, strumenti a disposizione, garanzie di trasparenza. Forse la definizione non è tra le più limpide e sistematiche possibili, ma i quattro elementi di finalità sociali, assenza di lucro, settori di interesse generale e assenza di discriminazione all'accesso dei servizi sono enunciati e possono consentire al Governo, in sede di decretazione, di trovare un assetto convincente per una definizione di terzo settore in grado di identificare chi ha effettivamente un ruolo che merita riconoscimento sociale e chi no; 

2) Sono state poste le basi per un giusto inquadramento dell'impresa sociale; in questo decennio l'impresa sociale è stata stretta tra obblighi eccessivi e restrittivi e assenza di vantaggi. La legge agisce da entrambi i lati: permettendo un regime di utilizzo degli utili analogo a quello delle cooperative, consentendo la presenza in CdA di pubbliche amministrazioni e imprese for profit, prevedendo un fondo specifico; ma evitando alcune derive, emerse nel corso del dibattito, che avrebbero collocato l'impresa sociale al di fuori del perimetro del terzo settore. Nel testo si riafferma invece come l'impresa sociale "rientra nel complesso degli enti di terzo settore" e quindi, a parte specifiche previsioni che la caratterizzano, ne condivide finalità, strumenti e vincoli. 

3) Si offrono al Governo indicazioni per introdurre da una parte semplificazioni (ad esempio per il riconoscimento della personalità giuridica di associazioni e fondazioni) dall'altra per prevedere, a prescindere dalla forma giuridica, elementi di trasparenza che eliminino le "zone grigie": requisiti per gli statuti, obblighi di trasparenza verso soci e lavoratori, bilanci pubblici, valutazione dell'impatto delle attività svolte, equo trattamento dei lavoratori, ecc. Si pongono le basi - che toccherà poi al Governo sviluppare - per una semplificazione normativa che eviti il "doppio binario" attualmente presente tra normativa civilistica e fiscale rispetto ai requisiti per essere "non a fini di lucro" o rispetto i settori di attività di interesse generale; e si sono poste le basi perché il trattamento fiscale derivi dal tipo di azione messa in atto - e dal grado con cui essa persegue l'interesse generale - e non dall'affastellamento di normative dedicate ad una specifica forma giuridica. Ma su questi punti, in effetti, la legge si limita ad alcune affermazioni di massima che sarà compito poi del Governo sviluppare in modo soddisfacente in sede di decreti.

Quindi, soddisfazione per i molti aspetti positivi conseguiti e per i compromessi equilibrati raggiunti sui punti di maggiore criticità; ora non si può che auspicare che l'approvazione definitiva alla Camera sia rapida, e che il Governo, in sede di decreti attuativi, risolva positivamente i nodi ancora rimasti aperti.

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