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Articolo pubblicato su La Voce del Popolo del 10 aprile 2016

Uno degli aspetti di maggior rilievo del DDL Delega di riforma del terzo settore è la revisione della disciplina sull’impresa sociale.
Facciamo un passo indietro: le imprese sociali in forma di cooperativa sono diffuse in Italia da almeno trent’anni e oggi contano circa 400 mila addetti e soprattutto offrono quotidianamente un’ampio insieme di servizi ai cittadini, in particolare ai più deboli: dai nidi d’infanzia all’assistenza domiciliare e residenziale agli anziani, dalle comunità per minori all’accoglienza dei migranti, dai centri per persone con disabilità fino alle esperienze di inserimento lavorativo di oltre 40 mila persone svantaggiate in attività produttive.
Una quindicina di anni fa ci si iniziò ad interrogare sul fatto che questa forma di imprenditorialità potesse essere affiancata da altre con analoga finalità sociale, ma con forma diversa da quella cooperativa: ad esempio pensando ad un’evoluzione in senso imprenditoriale di parte del mondo associativo o a casi in cui attività socialmente meritorie fossero condotte per finalità sociali attraverso forme giuridiche come le Srl o le SpA generalmente associate al mondo profit.
Il motivo può essere duplice: da una parte una ragionevole “laicità” sulle forme giuridiche (“non mi interessa cosa sei, ma cosa fai”), dall’altra la convinzione che per talune iniziative (pensiamo a quelle, come nel campo della sanità, che richiedono ingenti capitali) il principio pienamente democratico “una testa un voto” possa disincentivare l’investimento.
E così si giunse a delineare, con una legge del 2005 e un successivo decreto nel 2006, l’impresa sociale.
Problema: ad oggi, dieci anni dopo, le imprese sociali non cooperative sociali sono – ad esser generosi - poche centinaia mentre le cooperative sociali sono oltre 11 mila e, crisi o non crisi, continuano a crescere. Insomma, la valutazione condivisa è che le norme di 10 anni fa siano servite ben poco a suscitare nuove energie imprenditoriali in ambito sociale. Perché?
La risposta la potremo riassumere così: quelle leggi ponevano moltissimi vincoli (nessun utile ai soci, prescrizioni molto restrittive sulla governance) e nessun beneficio per chi vuole essere impresa sociale.
Di qui la necessità di mettere mano a questa normativa.
Durante questi mesi si è discusso parecchio, nell’ambito della riforma del terzo settore, proprio su questo punto.
Da una parte la posizione di chi vede con sospetto qualsiasi ampliamento dell’azione di impresa quando si parla di interesse generale: una serie di equazioni che, semplificando, portano a dire impresa = denaro = mercificazione dei valori più nobili.
Dall’altra chi, al contrario, tende a svalutare ogni rimando diretto o indiretto valoriale, approdando alla convinzione che alla fine un’impresa che lavori bene in un settore di utilità sociale sia di per sé impresa sociale e ponendo quindi limiti così poco pregnanti che in sostanza qualsiasi impresa che gestisca case di riposo o cliniche o operi in campo ambientale o delle fonti rinnovabili avrebbe potuto dirsi con poco sforzo impresa sociale.
Il DDL approvato dal Senato trova una corretta sintesi: da una parte colloca l’impresa sociale con chiarezza entro il terzo settore (cosa che non era affatto chiara nel testo uscito dalla Camera) di cui assorbe, salvo specifiche prescrizioni, vincoli e caratteristiche: le imprese sociali devono perseguire finalità civiche e solidaristiche, destinano i propri utili prioritariamente al conseguimento dell’oggetto sociale (quindi a riserva indivisibile; e la parte minoritaria eventualmente destinata ai soci non può remunerare il capitale oltre il 2% in più dei buoni postali fruttiferi, in sostanza oggi circa il 4.5%), devono operare in settori di attività di interesse generale, adottare modalità di gestione responsabili e trasparenti (tutte devono redigere un bilancio come imprese, anche se non fossero tenute ai sensi del codice civile e debbono avere un sindaco o revisore che controlli la correttezza contabile e amministrativa), favorire il più ampio coinvolgimento dei dipendenti, degli utenti e di tutti i soggetti interessati. Nel CdA possono entrare (ma senza diventare presidenti, direttori o assumere il controllo maggioritario dell’impresa) membri della pubblica amministrazione e di imprese private, cosa che favorisce una possibile vocazione dell’impresa sociale come impresa di comunità, che raccoglie intorno ad uno scopo comune una pluralità di soggetti del territorio.
D’altra parte si introduce la “possibilità di accedere a forme di raccolta di capitali di rischio tramite portali telematici, in analogia a quanto previsto per le start-up innovative” e si delega il Governo ad individuare “misure agevolative volte a favorire gli investimenti di capitale”, previsioni che si aggiungono ai 200 milioni di fondo rotativo per un decreto del luglio scorso ha messo a disposizione delle imprese sociali; inoltre le imprese sociali saranno insieme agli altri soggetti di terzo settore, destinatarie di iniziative volte a promozione dell'assegnazione degli immobili pubblici inutilizzati e dei beni confiscati alla criminalità organizzata, anche al fine di valorizzare i beni culturali e ambientali.
Per quanto riguarda le risorse economiche si fa riferimento alla legge di stabilità 2015, che prevede 190 milioni di euro annui a partire dal 2017 per la riforma del terzo settore, che il Governo dovrà allocare sulle diverse finalità della legge, comprese quelle sopra richiamate relative all’impresa sociale.
In conclusione, sono introdotte flessibilità (sul trattamento degli utili e sulla governance) dove sino ad oggi vi era una disciplina rigida; sono previsti comunque meccanismi di controllo rafforzati e sono inaugurati degli strumenti di sostegno e incentivo prima assenti.
Certo, trattandosi di una legge delega i principi generali sopra richiamati per diventare operativi debbono essere tradotti, una volta che la legge sarà definitivamente approvata dalla Camera, in decreti applicativi, e ciò può essere fatto bene o male; quindi un giudizio definitivo sarà possibile nel momento in cui vi sarà il quadro finale delle disposizioni, ma per ora sicuramente si realizza un quadro che induce a sperare in sviluppi positivi.

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