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E così alla fine la riforma del Terzo settore è stata approvata il 25 maggio.Come abbiamo avuto modo di scrivere tempo fa, non la migliore delle riforme in astratto possibili, ma sicuramente un risultato ottimo dati gli equilibri parlamentari e culturali esistenti; ed è comunque un testo potenzialmente in grado di aprire la strada a sviluppi positivi per il settore e per il Paese.

Questo giudizio è non a caso simile - o meglio complementare - a quello dato da Vita, che auspicava una più ampia conservazione del "testo originario", mentre al contrario su NotizieinRete si è spesso auspicata una sua più significativa modifica. Ma, appunto, a fronte di posizioni diverse l'equilibrio trovato è probabilmente soddisfacente per tutti.

Questo dibattito si è concentrato su alcuni "temi sensibili" di cui forse l'esempio principale è il tema dell'impresa sociale, considerato nel testo originario come soggetto "un po' dentro e un po' fuori dal terzo settore" che trovava la sua definizione preminente nell'impatto sociale, collocato nella stesura della Camera non - come ora - nel dominio della trasparenza, rendicontazione, verifica, controllo, ma a fondamento della definizione stessa dell'impresa sociale. E su questo ci siamo più volte detti in disaccordo, non ritenendo ragionevole che fossero "imprese sociali" tutte le imprese che, ad esempio, oltre a sottoporsi a vincoli molto labili in tema di distribuzione di utili, "creano occupazione" (tutte) o che adottano politiche di attenzione nei confronti dell'ambiente.

Ma, come si diceva, su questi aspetti il testo approvato il 25 maggio fa sintesi e dunque bene così, avanti verso i decreti che nei prossimi dodici mesi dovranno dare forma alla legge che, ricordiamolo, è una legge - delega, cioè che individua principi e criteri, talvolta più definiti, talvolta molto aperti, a partire dai quali spetterà al Governo emanare le norme applicative.

Vista l'ampiezza della delega non si tratterà solo di un esercizio tecnico: i margini sono ampi (forse in alcuni casi troppo ampi) e vi è dunque ancora un notevole spazio di discussione su temi centrali, soprattutto quelli appena accennati testo di legge, come quello fiscale.

E qui vi è un modo semplice per fare contenti tutti: lasciare sostanzialmente tutto com'è, salvo qualche rimaneggiamento. Ciascuna famiglia del terzo settore gode di normative consolidate, ciascuna caratterizzata da un favor specifico su imposte dirette, indirette, deducibilità,detraibilità, fiscalizzazioni, ecc.; ciascuno di questi favor è generalmente frutto di lunghe battaglie - per promuoverlo e in certe fasi per difenderlo - processo che ha portato ad enfatizzarlo legandolo profondamente all'identità di un certo tipo di organizzazione, cooperativa, associativa o di altro genere. Insomma, ciascuna organizzazione sente - legittimamente - una certa misura fiscale come un riconoscimento morale di una propria specificità e qualsiasi intervento che la mettesse in discussione (pensiamo al dibattito a suo tempo sviluppatosi sulla tassazione degli utili alle cooperative o recentemente sull'IVA alle cooperative sociali; o alla reazione del mondo associativo di fronte alle ipotesi di intervento della legge delega sulla definizione delle "attività istituzionali" e di quelle imprenditoriali ad esse collegate) non è una mera misura giusta / ingiusta, equa / non equa, ma un attacco ad un aspetto identitario importante.

Tutto ciò da una parte è giusto e comprensibile, ma bisogna responsabilmente interrogarsi sugli esiti complessivi che derivano dall'intangibilità di questo principio: quello di una riforma che su alcuni punti importanti (aspetti fiscali, settori di attività di interesse generale in cui le organizzazioni operano, per fare due esempi) si limiti a recepire lo status quo.

Estremizzando: sarebbe vera riforma se, alla fine - e non sarà comunque così - ciascun soggetto fosse esattamente quello di prima con la differenza che ci si iscrive tutti ad un medesimo albo articolato in sottosezioni che riproducono le distinzioni esistenti?

"No", si dice convinti nei convegni. "Sarebbe meglio così",  dice la "pancia" di molto terzo settore, in fondo così ci troviamo bene. E' la "riforma minima", che più volte è stata citata da alcuni parlamentari nelle discussioni di questi mesi, come a dire che era importante che il Governo si fregiasse di avere riformato il terzo settore, ma poi nei fatti se il portato finale si limitasse a poche correzioni dello status quo, lasciando il resto com'è sarebbe meglio.

Magari ci si lamenta, magari si addita la "concorrenza sleale" che una una certa forma di terzo settore può esercitare in forza a previsioni normative che la riguardano, ma alla fine i margini di cambiamento sono sempre individuati nella disciplina altrui e non nella propria.

Per fare due esempi: alcune proposte che avrebbero impegnato il Governo in una revisione radicale di tutto l'impianto fiscale, prevedendo esplicitamente che, trasversalmente alle forme giuridiche, il favor fosse conformato su criteri comuni di beneficio pubblico a prescindere dalla forma giuridica, è stata almeno provvisoriamente accantonata e rimessa alla valutazione del Governo; l'ipotesi di radicale ridiscussione dei confini tra associazionismo di promozione sociale e volontariato, pur unanimemente riconosciuti come instabili - tanto e vero che molte organizzazioni si iscrivono all'uno o all'altro registro in modo un po' estemporaneo - è stata fortemente smussata.

Potremo continuare in questi esempi.

Forse le ragioni della conservazione hanno degli elementi di saggezza, ciascun istituto ha assicurato lo sviluppo del settore che tante analisi hanno confermato e spesso volontà di riforma radicali portano con sé il rischio di determinare, pur con le migliori intenzioni, danni superiori ai benefici, come novelli apprendisti stregoni incapaci di gestire la complessità della materia.

Ma d'altra parte scelte minimaliste lascerebbero irrisolti i nodi che hanno portato all'esigenza di una riforma, sarebbero un omaggio al quieto vivere di oggi e non alla costruzione di un impianto adeguato ai prossimi trent'anni, tempo su cui va misurata una vera riforma. Con due rischi.

Il primo è quello di lasciare intatti, oltre agli aspetti positivi, tutti i limiti del settore, il groviglio di previsioni di leggi e leggine riferite a specifici soggetti, i favor magari ragionevoli se visti di per sé, ma la cui equità rispetto al complesso delle previsioni per i diversi tipi di ente è tutta da verificare.

Il secondo rischio è quello che un impianto conservativo non sappia cogliere evoluzioni e dinamiche, che invece sono consistenti. Ha senso quella sorta di equazione tra volontariato e organizzazioni normate dalla legge 266/1991 (le "organizzazioni di volontariato", appunto) che ancora sembra da forma alla legge delega, nel momento in cui più dell'80% di coloro che fanno volontariato in Italia non lo fa nelle organizzazioni di volontariato? (e detto per inciso, in cui il 45% lo fa anche o solo al di fuori di qualsiasi forma organizzata!)

Insomma, guardare alla sostanza dei fenomeni prima che alle forma giuridiche e guardare alle evoluzioni e non solo al passato sono due buoni motivi per mettersi nell'ottica, in sede di decreti, di non limitarsi a recepire lo status quo con qualche marginale adeguamento, ma di misurarsi con una ridiscussione profonda di confini, istituti, favor normativi che oggi caratterizzano il terzo settore.

Ciò è auspicabile e richiederà al legislatore un mix di coraggio, cautela, capacità di confronto con il terzo settore e soprattutto tanta, tanta competenza e voglia di studiare e di approfondire, con buona pace delle riforme - lampo che generalmente sono riforme finte o mal fatte.

E richiederà al terzo settore la capacità di ragionare senza troppe difese ad oltranza degli spazi di ciascuno, senza fuochi di sbarramento a priori, nell'ottica di una riforma che promuovo lo sviluppo nei prossimi decenni e non che salvaguardi un favor fino al prossimo cambio di Governo.


Nota personale: questo intervento riproduce alcune delle cose dette in un convegno tenutosi il 27 maggio a Prato, organizzato dalla Camera di Commercio tempo prima e fortunatamente caduto due giorni dopo l'approvazione definitiva della riforma; si è trattato probabilmente dell'ultimo mio intervento pubblico come presidente di Idee in Rete ed è senz'altro un piacere averlo potuto dedicare ad un tema su cui in questa Newsletter abbiamo spesso lanciato idee e proposte.

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