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Cosa hanno in comune le vicende siciliane raccontate in questo sito e quelle della banca dell’Etruria e delle altre banche che hanno disperso i risparmi di tanti cittadini? Molte cose vengono subito in mente. Un agire spregiudicato, ai limiti della legalità (o oltre i limiti, ma questa valutazione la lasciamo ai giudici). Il compiere azioni che gettano migliaia di famiglie nella disperazione. La difficoltà, almeno allo stato attuale, di allocare chiaramente le responsabilità principali e quindi la spiacevole sensazione che i maggiori colpevoli, anziché essere inchiodati alle proprie colpe e pagare per i disastri compiuti, rischiano non solo di uscire indenni, ma di presentarsi impuniti e sorridenti come coloro che hanno fatto il possibile per limitare il disastro. Il ruolo deteriore della politica e delle istituzioni. Queste e molte altre cose.

Ma oggi vogliamo parlare di un tratto particolare e spesso trascurato. In entrambi questi casi, accanto ai responsabili principali, vi sono sicuramente decine o centinaia di persone complici, attivamente o con il loro silenzio o inerzia, di quanto avvenuto. Quadri intermedi, funzionari, impiegati, persone assolutamente al di fuori dei circuiti di potere dove questi disastri si originano, con un interesse personale blando o inesistente o al massimo riconducibile al quieto vivere.

Di loro voglio parlare.

Obiezione: e con tutti i pezzi grossi, i veri responsabili, quelli che si arricchiscono in modo spropositato o che intrallazzano con la politica, vuoi prendertela con qualche poveraccio che guadagna 1300 euro al mese, contro un padre di famiglia che segue solamente ordini e indicazioni di un superiore e che se non lo facesse rischierebbe guai seri?

Sì. Proprio con queste persone me la prendo oggi.

Perché tanto lo scandalo delle Banche fallite, quanto quello dei mancati pagamenti che in Sicilia rischia di mettere in ginocchio un’intera Regione, richiedono anche il concorso di questi anonimi complici.

Funzionari di banca premiati come venditori eccellenti perché rifilavano titoli truffa ai risparmiatori, come l’agente che ha truffato il povero pensionato suicida. Ma anche tanti altri che facevano il suo stesso mestiere o che lavoravano lì e comunque sapevano quanto stava accadendo. Dirigenti, funzionari e dipendenti pubblici della Regione Sicilia che negli anni in cui il disastro che oggi sta maturando non potevano non sapere quanto stava avvenendo e forse hanno eseguito un ordine, messo una firma, messo una pratica sotto la pila delle carte, contribuendo a portarci alla situazione in cui siamo.

Probabilmente queste persone non si sentono in colpa, se non nel caso estremo all’attenzione delle cronache relativo alla vendita di titoli al pensionato poi suicidatosi. La percezione di sé che queste persone hanno è generalmente quella di fare semplicemente il proprio lavoro, di eseguire degli ordini, di tutelare con fedeltà la propria organizzazione, insomma, di fare quanto dovuto. Cose che, formalmente, sono tutte vere. Piuttosto, si sentirebbero in colpa se facessero il contrario. Verso l’organizzazione di appartenenza, verso la propria famiglia, perché rischierebbero dei guai sul lavoro. Sono ingranaggi oliati di un sistema che getta nella disperazione migliaia di famiglie, ma alla sera si addormentano in pace con se stessi. Magari sono buoni cittadini che avvertirebbero un senso di disagio a buttare una carta per terra, dopo avere passato una giornata a timbrare o immettere nel PC la vendita di un’obbligazione che farà perdere ad una persona – magari vista davanti a sé per anni ad uno sportello – i risparmi di una vita. Probabilmente sono padri e madri amorevoli e forse amano anche gli animali. D’altra parte se, come ci racconta Hannah Arendt, anche un grande criminale nazista come Eichmann si percepiva come mero ingranaggio di un sistema di cui non aveva responsabilità, figuriamoci un impiegato di banca o un dipendente della Regione Sicilia! Eppure senza il loro assenso, senza il loro essere ingranaggi minimi ma consenzienti, queste macchine criminali non continuerebbero ad esistere.

Ma, ritornando alla prima domanda: perché prendersela con questa manovalanza per di più inconsapevole del malaffare? Forse è una sorta di viltà, un prendersela con i piccoli e lasciar stare presidenti, politici, corrotti, chi si è arricchito, chi quei meccanismi diabolici li ha progettati per interessi personali o di parte?

In realtà è il contrario. Proprio perché la classe dirigente economica e politica di questo Paese non perde occasione per dimostrarsi corrotta e rapace, incorreggibilmente votata al peggio, la speranza è che uno dei possibili luoghi di risveglio civico stia proprio in questi complici di infimo rango. Perché, per la loro posizione, delle trame putride di chi sta al potere qualcosa sanno, certamente più del cittadino e delle vittime; o almeno lo sanno prima di lui. Gli interessi personali che difendono sono di mera sussistenza: il lavoro, il quieto vivere, che poi – ci si rende conto – sono tra i pochi agi di chi occupa quella posizione nella scala sociale; e dunque metterli a rischio può sembrare quasi un atto di eroismo. Ma, da inguaribili romantici, non ci rassegniamo al fatto che, una volta nella vita, anche un banale ingranaggio del sistema voglia sentirsi eroe.

Comunque, lettore, se lo ritieni utile prova a raccontare queste cose ad un funzionario di banca o a un dipendente della Regione, o se vuoi fagli leggere queste righe. Metti in conto che la maggior parte la prenderà malissimo, si inalbererà, protesterà la sua assoluta alterità da ogni condotta deprecabile. In molti casi dicendo il vero, in altri mentendo. Ma basta che ad uno su cento di questi complici inconsapevoli e silenziosi venga un dubbio, una crisi di coscienza, basta che uno solo pensi ai regali di Natale che sta comprando a figli e nipoti e alle tante persone che per opera dell’organizzazione a cui collabora non potranno farlo, per evitare un disastro. Ci salveranno, forse, gli ingranaggi che si ingrippano.

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