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Era il 2011 quando l'Italia si stupì di una capacità di mobilitazione da lungo tempo assente, con 4 referendum abrogativi approvati dopo 24 questi miseramente rimasti sotto il quorum nei precedenti 14 anni. Mesi drammatici, certo, nell'estate dello spread, ma con la sensazione che forse qualcosa stava per cambiare.

Sarebbe lungo ripercorrere speranze e disillusioni che si sono da allora in poi succedute: le tante volte in cui media portati alla facile compiacenza hanno incensato i nuovi salvatori del momento capaci di far intravedere la luce in fondo al tunnel e in cui i dati effettivi hanno riportato il Paese alla realtà, simile a se stesso e un po' più disilluso di prima. Da un crescendo di slogan roboanti - l'Italia salvata, cresciuta, sviluppata - agli immaginifici tweet dei giorni nostri, chi governa cerca enfasi sempre un po' più sopra le righe per cittadini sempre più assuefatti alle promesse di cambiamento radicale, di rinnovamento, di rivoluzione, di stravolgimenti epocali; e ogni volta il cittadino prova a sperarci, a credere che sia la volta buona, salvo poi far montare la rabbia quando invece le cose vanno diversamente, una rabbia che a quel punto non distingue più tra cose buone e cattive e trova bersagli casuali, rabbia che monta, colpisce a caso e si sgonfia (si pensi ai c.d. "forconi" che un anno fa tennero in scacco una metropoli per tre giorni e dopo dodici mesi si ritrovarono in dieci in piazza) E così ecco le elezioni regionali di novembre, con l'affluenza sprofonda sotto il 40% e i votanti che diminuiscono in Emilia Romagna di oltre 30 punti percentuali (!). Ed ecco lestatistiche di Demos, che da alcuni anni (insieme alla simile indagine diEurispes, la cui nuova edizione sarà pubblicata a fine gennaio e che evidenzia comunque numeri simili) misurano la fiducia degli italiani nelle istituzioni. 

 

Risultati mortificanti oltre ogni limite. Scontata la debacle dei partiti - il 3% accorda loro fiducia, insomma, il 90% di chi vota, probabilmente, lo fa turandosi il naso, per timore di esiti troppo distanti da quelli auspicati - e del Parlamento, di cui si fidano solo il 7% degli italiani, cadono le istituzioni più vicine ai cittadini, come i comuni e la Regione. Cadono i sindacati, sia quelli collaborativi che quelli antagonisti. Sprofonda più di tutti il Presidente della Repubblica, il simbolo primo del rinnovamento mancato, del potere che si perpetua sempre più uguale a se stesso, ostinato pervicace, anche quando il cambiamento sembrava dietro l'angolo e dell'istituzione che ha perso la sua terzietà per diventare giocatore e insieme il suo ruolo. 

Ma nel calo di fiducia verso la più alta delle istituzioni vi è anche qualcosa di più profondo: la sfiducia nell'istituzione stessa con l'indice complessivo mostra valori dimezzati in un decennio. E, se l'istituzione è marcia, ecco il dato più preoccupante: quel terzo di italiani che non crede più nella democrazia e che prende in considerazione più o meno esplicitamente sistemi autoritari. E dunque, con che occhi guardiamo ai prossimi mesi? I dati Demos restituiscono un Paese che valuta negativamente il 2014 e guarda con sempre meno fiducia al 2015: peggiore e con meno fiducia nell'effettiva possibilità di cambiamento sui temi di maggiore importanza.

 


In questi stessi giorni Iris Network diffonde il Terzo rapporto sull'Impresa sociale (executive summary - rapporto completo; vedi spazio a fianco); i suoi estensori, Flaviano Zandonai e Paolo Venturi, scrivono, nel presentarlo: "Tornare a fare politica, anche per l'impresa sociale. Potrebbe suonare come uno slogan provocatorio, ma crediamo che per molti imprenditori impegnati a soddisfare "l'interesse generale" delle comunità, delle famiglie e dei cittadini possa essere una buona notizia. Il terzo settore, e con esso l'impresa sociale, è infatti al centro del progetto di riforma strutturale del Paese …". Sapendo che "fare politica" è l'esatto contrario del "vivere di rapporti con la politica" della mafia capitale: nel primo caso ci si pensa come attori di trasformazione, nel secondo si accondiscende allo status quo in cambio del successo economico. 

Ma viene in mente anche quanto evidenzia nelle sue ricerche Luca Fazzi: la dimensione della giustizia sociale - il porsi il problema di allargare la fruizione dei diritti sociali ai cittadini - non è scontata per le cooperative sociali, non è una parte costitutiva e universalmente fondante dell'essere cooperativa sociale; nel campione da lui esaminato il 58% ha smarrito questo orientamento, sacrificato o ad una visione meramente mutualistica rispetto ai lavoratori o a ad un approccio in cui ogni responsabilità in merito alle istanze di giustizia è riversato sul soggetto pubblico, di cui la cooperativa si raffigura come braccio esecutivo. 


Una crisi che, oltre che economica, è morale, di valori e di prospettive, in cui ad uno ad uno i riferimenti ideali cadono miseramente, in cui gli innamoramenti per il salvatore di turno si fanno tanto intensi quanto brevi, in cui il Paese oscilla tra rabbie e sfiduciato adattamento, ciclicamente sensibile - e le tragedie di questi giorni non faranno che rafforzare queste derive - ai richiami che riversano sul nemico esterno l'origine dei mali: qui lavoreremo in questo 2015, con un capitale fiduciario di partenza che - stando ai dati Eurispes di 12 mesi fa (vedremo tra due settimane quelli attuali) - è tra i più alti, insieme (dati Demos, invece) a quelli di Papa Francesco. Insomma una grande responsabilità di cui spesso si è poco consapevoli: che non è solo quella di gestire al meglio i servizi, ma di fornire senso e valori ad un Paese disorientato.

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