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Questa volta niente ricette o risposte, ma solo interrogativi. Un interrogativo, in realtà: cosa sta accadendo agli operatori sociali? Sarà anche la stampa a cui non sembra vero di poter mettere in prima pagina una storia sordida, l’assistente che picchia il disabile, la maestra che sevizia il bambino, ma in questi ultimi mesi si leggono veramente troppe storie di questo genere per pensare che tutto sia riconducibile al meccanismo malato dei media.

Succede in cooperative, presso gestori privati e in strutture pubbliche, al nord, al centro e al sud, in organizzazioni fragili e strutturate. E spesso con episodi che, filmati o raccontati, non possono che turbarci profondamente.

Le dichiarazioni del giorno dopo non possono essere che le medesime: sdegno, incredulità, rabbia, rammarico, sgomento, (ferma assoluta piena totale) condanna, e tutte le altre espressioni che la lingua ci concede per esprimere l’inesprimibile, alla ricerca di frasi che marchino la nostra assoluta distanza, diversità, alterità dai fenomeni deprecabili avvenuti. Non potrebbe essere altrimenti, ma questo non deve esimerci dall’interrogarci a fondo su quanto sta avvenendo.

Perché? Perché l’accanimento, la volontà a volte feroce di ferire e umiliare una persona inerme che è stata affidata? E che significato ha il fatto che in questi comportamenti siano spesso coinvolti, con diversi gradi di protagonismo o connivenza, più operatori insieme?

Il “noi siamo diversi” “ai nostri servizi non accadrà mai” è una risposta pericolosa, perché se non ci si interroga a fondo su quanto sta accadendo… è vera oggi ma domani forse no.

Non abbiamo una risposta completa, ma una convinzione sì: che l’inchiodare i protagonisti negativi di queste storie – diretti in quanto autori delle violenze o indiretti, per mancato controllo – alle loro responsabilità è solo una parte della questione. Forse vi è paura di porsi queste domande e la lingua italiana non aiuta, visto che voler “capire” o “comprendere” sembra un atto pericolosamente limitrofo al “giustificare”, un richiamo al sociologese di quarant’anni fa per cui “è colpa della società”.

E invece la comprensione di un fenomeno sociale è sempre un bene e non ha nulla a che fare con la connivenza; mentre al contrario fermarsi allo sdegno per rimarcare la nostra appartenenza al gruppo dei “puri” non fa che aumentare la probabilità che il peggio si ripeta.

Perché un operatore sociale insulta o percuote il proprio utente? Chiediamolo, a chi lavora con noi. Facciamolo chiedere anonimamente da qualcuno esterno, se temiamo che al superiore gerarchico per evidenti motivi non si dica la verità: “Hai mai sentito l’impulso di aggredire un utente? Perché?” Probabilmente, se chi risponde sentisse di poter dire la verità, i sì sarebbero moltissimi. Perché per uno che effettivamente picchia o insulta un bambino, un anziano, un disabile, probabilmente cento hanno sentito almeno una volta la seria tentazione di farlo; ma i nostri servizi non possono reggersi sui freni inibitori, che siano morali o derivanti dalla paura di essere puniti: semplicemente questi impulsi non dovrebbero nascere e se nascono dobbiamo capire perché.

Certo, si potrebbe obiettare, sono temi non del tutto nuovi o originali; di burn out si parla da sempre tra chi opera nei servizi alla persona. Ma l'impressione è che vi sia qualcosa di più: non solo la fatica che fa scoppiare, ma qualcosa di rabbioso e distruttivo che non abbiamo ancora ben compreso. Di qui in avanti abbiamo solo ipotesi: operatori sotto pressione sempre maggiore, perdita di senso del proprio lavoro, percezione di scarsa legittimazione sociale del proprio operator, risentimenti, fatica, scollamento con l’organizzazione, soppressione di tutti i momenti di supporto e confronto, selezione dell’operatore sociale estranea al minimo contenuto vocazionale, burn out, mancato ricambio generazionale e di funzioni, e tante altre cose possibili. Bisognerebbe approfondire, capire meglio. Ma di questo “lato oscuro dell’operatore sociale” dobbiamo essere consapevoli, comprenderne le cause che ne favoriscono l’insorgenza e per quanto possibile rimuoverle.

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