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Discorso del Re di Norvegia Spot TV danese

Anche gli internauti occasionali probabilmente ci si sono imbattuti, in queste settimane; si tratta di due video che vengono dal nord Europa, uno è il discorso ormai celebre del Re di Norvegia risalente al settembre scorso, l'altro uno spot di una TV danese pochi giorni fa riprodotto con sottotitoli in italiano dal Corriere della Sera e ripreso da altri media.

I contenuti sono simili, semplici e di assoluto buon senso: definiscono una "comunità nazionale" - il "noi" norvegesi / danesi - diffondendo un messaggio di profondo rispetto e accoglienza per ogni differenza. Siamo "noi" perché le differenze non ci dividono, anzi diventano motivo di incontro e ci fanno sentire la ricchezza del nostro essere "popolo".

"I norvegesi vengono... tutte le ... parti della Norvegia. I norvegesi sono immigrati da Afghanistan, Pakistan e Polonia, dalla Svezia, Somalia e Siria. ... I norvegesi sono giovani e anziani, alti e bassi, fisicamente abili e persone su sedie a rotelle. ...  I norvegesi sono giovani ed entusiasti e persone anziane e sagge. I norvegesi sono single, divorziati, famiglie con figli, e coppie sposate di lunga data. I norvegesi sono ragazze che amano ragazze, ragazzi che amano ragazzi, e ragazzi e ragazze che si amano l’un l’altro. I norvegesi credono in Dio, in Allah, in tutto e in nulla. ... La mia più grande speranza è che saremo in grado di prenderci cura l’uno dell’altro. Che noi continuiamo a costruire questo paese basandolo sui valori della fiducia, della comunità e della generosità. Che noi siamo consapevoli di essere un solo popolo, nonostante ogni differenza tra noi." (leggi il discorso completo)

Resistendo alla tentazione di diventare immediatamente monarchici, proviamo a fare qualche riflessione.

La prima è quanto sia difficile pensare un messaggio di questo genere in un discorso di fine anno di un presidente della Repubblica italiano. Perché se lo facesse il giorno dopo sarebbe coperto di critiche da ogni parte. Leghisti che inorridiscono a pensare che somali o pakistani siano italiani (che è molto di più di dire che "vengono generosamente accolti se ne hanno i requisiti"), difensori delle tradizioni cristiane e soprattutto ateo-devoti (molto più bigotti di qualsiasi cattolico, che generalmente la solidarietà almeno sa cos'è) che si stracciano le vesti sulle famiglie plurime o sul fatto che orientamenti sessuali diversi siano addirittura messi sullo stesso piano (come di fatto in Norvegia avviene) o sull'equiparazione delle diverse fedi.

Il messaggio che ne risulta è molto più avanzato di una mera difesa dei diritti civili: non è un richiamo a rispettare minoranze oppresse, ma un sentimento di comunità e solidarietà capace appunto di generare un popolo - un noi - al di là delle differenze.

E simile è lo spot della TV danese - forse non a caso, dicono i ricercatori, il popolo più felice al mondo, insieme agli altri paesi del nord Europa.  Si richiede ad un gruppo eterogeneo di identificarsi secondo varie caratteristiche: "i nuovi danesi e quelli che sono sempre stati qui" "la gente di campagna e chi non ha mai visto una mucca" e poi, atei e religiosi, bulli e bullizzati, innamorati e soli e così via.

I gruppi si rimescolano, le linee di divisione si intrecciano con quelle di comunanza con l'effetto visibile che alla fine le persone avvertano il "noi" che supera le diversità, scoprendo la vicinanza e la comunanza di destino anche con le persone più lontane.

Si sentono popolo non per tradizioni remote, non perché devono scacciare altri, ma perché trovano le ragioni per riconoscere un profondo legame reciproco, che sa includere anche diversi e nuovi arrivati.

(Solo per evitare su questo ultimo punto luoghi comuni tipo "fanno a presto a parlare, tanto dall'Africa arrivano tutti in Italia": nel 2015 l'Italia ha ricevuto 1 domanda di asilo ogni mille abitanti; la Danimarca 3.7, la Norvegia 5.9 - Eurostat).

Solidarietà, generosità, empatia, comunità sono capitali preziosi, che vanno affermati con coraggio e chiarezza, sono quelli che distinguono un popolo da un'accozzaglia di persone diffidenti, opportuniste, sospettose, reciprocamente incarognite, sempre pronte a trovare ottime ragioni per avere diritto ad un pezzo della torta più grande. E' quanto troppo spesso succede in Italia e in altri paesi occidentali.

Spesso la politica e la cultura a loro volta amplificano queste spinte, cercano il consenso percorrendo disinvoltamente le linee di conflitto o cercando comunque di non scontentare nessuno dei contendenti nelle loro recriminazioni e rivendicazioni che li separano dagli "altri".

Ideologie aberranti e risentimenti ci sono ovunque - la stessa Norvegia è stato teatro del massacro di Utøya - ma il chi ha responsabilità istituzionali, culturali e di comunicazione sente l'alto compito di creare la coscienza di un Paese a partire dall'obiettivo di rendere coesa una comunità - che è diverso dal coltivare un orto elettorale.

Questo sul Re e sugli spot. E potremo aver finito qui. Manca il Papa. Forse una delle poche voci autorevoli che si sono spese senza compromessi per le ragioni della solidarietà. Sarà un caso che in questa settimana si siano accompagnati un attacco attraverso manifesti in gergo simil popolare (che strano, comunque, che al popolino che parla in romanesco interessi cosi tanto il destino dei Cardinali e dell'Ordine di Malta...) e altri ben più velenosi nel gergo forbito di un scrittore sedicente osservante (chi ha occhi e stomaco capaci di digerire qualsiasi immondizia può leggerlo qui; io non sono riuscito ad arrivare in fondo). 

Non è un caso. E non è casuale la distrazione della politica, in un Paese in cui richiamarsi in modo ossequioso al Papa era una fino a poco tempo fa scontato indipendentemente da fedi e ideologie. Questi attacchi maturano in un contesto in cui, accanto all'affermazione delle ragioni della solidarietà, si diffondono spinte prepotenti di segno opposto.

Tutto ciò consegna un ruolo anche a noi che operiamo nel sociale: gestire servizi non basta - e non ci si sta riferendo a strategie di mercato.

Non basta perché il ruolo di chi opera nel sociale è più che mai quello di creare le legami, costruire comunità, dialogare, avvicinare, generare fiducia reciproca, propensioni alla collaborazione, ben sapendo che - se attaccano pure il Papa - queste cose non sempre attirano la simpatia di tutti.

Ma non vorremo mica che di queste cose se ne occupino solo i Re?

 

 

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