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Quando alcuni anni fa avevamo iniziato a ragionare sulla prossimità, pareva un tema dai contorni sfumati e difficilmente definibili, ma soprattutto con ricadute pratiche limitate; insomma, un fenomeno di nicchia con un limitato impatto sulle comunità e sul terzo settore. Di più: insieme alle simpatie che il termine suscitava (da destra, apprezzandone il potenziale antistatalista e da sinistra, cogliendone il valore di empowerment delle comunità locali) emergevano le diffidenze (da destra, per il messaggio inclusivo che la prossimità porta con sé e da sinistra, per chi ritiene la prossimità una minaccia per la cultura dei diritti).

E, accanto alle simpatie e alle diffidenze, non mancavano le ambiguità della prossimità, tanto da spingerci ad articolare un “quarto punto” nella definizione che nel frattempo avevamo iniziato ad abbozzare: oltre a 1) essere frutto di una lettura collettiva di bisogni e aspirazioni, 2) prevedere azioni / soluzioni a tali bisogni e aspirazioni anch’esse definite a livello collettivo e 3) includere in tali azioni almeno una parte di azione diretta da parte dei protagonisti – rimboccarsi le maniche in prima persona e non limitarsi quindi solo ad una sollecitazione di un’autorità terza, es. il comune, si è aggiunta 4) l’inclusività. Sì, perché va molto bene il gruppo di cittadini che si prende cura del giardino, della piazza, di un bene pubblico in disuso, ma non è infrequente che ciò abbia come esito il ritenere che proprio in forza di questo impegno tale bene possa diventare un po’ meno pubblico, “nostro” non nel senso solo di prendersene carico, ma anche nel senso di “non loro”: non di altri, di esterni, di stranieri, ecc.

Ma, malgrado tutto ciò, vi è un fatto ormai innegabile: la dimensione della prossimità sta assumendo un rilievo sino a pochi mesi fa impensabile. Gli esempi che trovate nella colonna a fianco sono presi – senza la minima pretesa di completezza – da quanto apparso sul web nelle ultime due o tre settimane e descrivono un mondo ricco, variopinto, vivace; che magari stenta a riconoscersi nei suoi tratti unificanti, a darsi un nome e tanto più un’identità (e di qui il senso di proporre un’iniziativa come la Biennale della Prossimità: appunto far sì che le persone nel confrontare e scambiare le proprie esperienze si riconoscano come parte di un flusso sociale comune).

Guardando ciascuna delle iniziative richiamate a fianco - e tante altre analoghe - se ne troveranno di alcune solide e altre fragili, alcune autentiche e altre che forse sono più che altro espedienti di immagine; ma al netto di questo, è difficile non accorgersi che tutto ciò rappresenta un fatto sociale di dimensioni rilevanti, che sta modificando il senso dell’azione sociale, facendone evolvere gli stessi paradigmi fondamentali. 

Intendiamoci: qualsiasi intervento di una cooperativa sociale dell’ultimo ventennio prevede (e se si tratta di un buon intervento, attua) il “coinvolgimento del territorio e della comunità locale” e sicuramente ciò denota un’assonanza culturale con quanto si sta sviluppando. Ma sarebbe riduttivo non vedere, insieme alle analogie, anche i mutamenti rispetto a quanto è stato sino ad ora familiare a chi opera nel sociale.

Cambia – per dirlo in poche parole e con tutte le semplificazioni che ciò comporta – la titolarità dell’azione. Che non rimane in un soggetto terzo (per quanto radicato) rispetto al territorio: soggetto terzo che mantiene quindi in capo la paternità del servizio, pur realizzandolo anche con il coinvolgimento di una rete di risorse locali. L'azione diventa invece costitutivamente omogenea al tessuto locale in cui si sviluppa, e ciò rimane vero anche qualora il motore primario che lo genera veda il contributo decisivo di un’amministrazione locale, di una cooperativa sociale, ecc..

Esemplificando: un centro diurno per disabili esiste ed opera; poi, se opera bene, secondo logiche di rete, la sua azione è potenziata e valorizzata dalla collaborazione con le famiglie, con associazioni del territorio, ecc., soggetti con i quali vengono portate avanti azioni aggiuntive che migliorano la qualità del servizio; se ciò non accadesse il servizio forse funzionerebbe peggio, le persone inserite probabilmente sarebbero meno soddisfatte, ma gli aspetti fondamentali che lo caratterizzano rimarrebbero gli stessi. Ma la gran parte degli interventi della colonna a fianco, a prescindere dal soggetto che li abbia primariamente promossi, senza una partecipazione e un impegno diffuso dei cittadini, semplicemente non esisterebbero o cesserebbero di esistere. E quindi il territorio – e in esso il cittadino attivo e non professionalizzato - non è un mero destinatario dell’intervento: è destinatario e protagonista al tempo stesso.

Tutto ciò apre sicuramente numerosi interrogativi: si tratta di un fenomeno interessante ma comunque “di contorno” ad una parte “core” del lavoro sociale? Per cui da una parte permangono inalterati, pur in una logica avanzata di lavoro di rete, gli aspetti più impegnativi del lavoro sociale - l’assistenza alle persone non autosufficienti, la tutela dei minori, il contrasto alla povertà, la riabilitazione dalle dipendenze, la cura della malattia mentale, ecc.; e dall’altra si sviluppano parallelamente interventi di comunità su temi “soft” inerenti la partecipazione civica, la sensibilizzazione, la qualità della vita, ecc.?

O, al contrario, siamo all’inizio di un’evoluzione che porterà a ripensare le fondamenta stesse del lavoro sociale? Non nel senso, ben inteso, che sia possibile ad esempio gestire una residenza per anziani non autosufficienti solo attraverso meccanismi comunitari, ma - sempre continuando nell'esempio - nel senso che:

1) i meccanismi comunitari diventano decisivi nel modificare chi accede alla residenza, perché abbattono in modo significativo i casi di istituzionalizzazione impropria dovuta all’isolamento degli anziani;

2) la gestione delle strutture, pur contendo una base professionale, evolve verso un’organizzazione mista, in cui convergono elementi professionali e comunitari;

3) cambia il ruolo dei soggetti di terzo settore perché la capacità di attivazione delle risorse comunitarie diventa importante quanto quella di tipo professionale;

4) cambia infine l'immagine stessa di una struttura, che laddove non comprenda elementi comunitari viene percepita come arretrata e infine spersonalizzante, come sarebbe oggi un orfanotrofio rispetto ad una casa famiglia.

Deve essere chiaro che una transizione verso questo nuovo modello di lavoro sociale non si attua con una mera enfatizzazione dei contenuti di lavoro di rete oggi presenti: richiede nuovi equilibri di governance, un’evoluzione del quadro normativo (ne abbiamo parlato due settimane fa), una diversa concezione dei servizi, ecc. Ma questo lo approfondiremo prossimamente.

Concludiamo questa breve riflessione con un parallelo con la parabola di una forza politica italiana. In effetti oggi anche un osservatore attento dei fenomeni politici forse nemmeno sa bene se la formazione politica dei “Verdi” in Italia esista ancora o meno; da una veloce ricognizione su internet trova conferma che da trent’anni fa – quando sono nati - a questa parte quando in un’elezione hanno preso il 3% è stato tanto. Ma oggi la maggior parte delle forze politiche ritengono imprescindibile inserire nei loro programmi tematiche ambientali.

Da questo, in analogia: non sappiamo se la prossimità darà luogo a soggetti stabili e rilevanti nel nostro corpo sociale - imprese di prossimità, come derivazione o evoluzione di una parte degli attuali enti di terzo settore - o se rimarrà un pulviscolo stimolante e interessante, ma anche frammentato e – in quanto tale – marginale; ma, e su questo ci sentiamo di sbilanciarci, di qui a dieci anni la prossimità diventerà una dimensione che chi fa lavoro sociale non potrà ignorare.

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