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Riusiamo l'Italia

http://www.riusiamolitalia.it

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Riusiamo l'Italia è un libro di Giovanni Campagnoli ma non solo: è uno spazio web in cui sono documentate decine di esperienze in cui un immobile o un'are inutilizzata sono stati recuperati per il bene comune. Ed è una pagina facebook in cui sono diffuse informazioni aggiornate sulle esperienze di riuso. E molte altre cose: una piattaforma di matching tra spazi abbandonati e persone interessate ai riuso, opportunità formativa, ecc. 

«L'Italia è "piena di spazi vuoti" e riuscire a riusarne anche solo una minima parte, affidandoli a delle start up culturali e sociali, può diventare una leva a basso costo per favorire l'occupabilità giovanile. Oltre ad essere un'azione che può contribuire, dal basso, allo sviluppo del Paese, ripartendo da quelle "vocazioni" artistiche, creative, culturali, artigianali che hanno fatto apprezzare l'Italia nel mondo e che interessano oggi ai giovani, sempre più capaci di re-interpretarle sulla base dei paradigmi contemporanei»

Il lato oscuro dell'operatore sociale

Questa volta niente ricette o risposte, ma solo interrogativi. Un interrogativo, in realtà: cosa sta accadendo agli operatori sociali? Sarà anche la stampa a cui non sembra vero di poter mettere in prima pagina una storia sordida, l’assistente che picchia il disabile, la maestra che sevizia il bambino, ma in questi ultimi mesi si leggono veramente troppe storie di questo genere per pensare che tutto sia riconducibile al meccanismo malato dei media.

Succede in cooperative, presso gestori privati e in strutture pubbliche, al nord, al centro e al sud, in organizzazioni fragili e strutturate. E spesso con episodi che, filmati o raccontati, non possono che turbarci profondamente.

Le dichiarazioni del giorno dopo non possono essere che le medesime: sdegno, incredulità, rabbia, rammarico, sgomento, (ferma assoluta piena totale) condanna, e tutte le altre espressioni che la lingua ci concede per esprimere l’inesprimibile, alla ricerca di frasi che marchino la nostra assoluta distanza, diversità, alterità dai fenomeni deprecabili avvenuti. Non potrebbe essere altrimenti, ma questo non deve esimerci dall’interrogarci a fondo su quanto sta avvenendo.

Perché? Perché l’accanimento, la volontà a volte feroce di ferire e umiliare una persona inerme che è stata affidata? E che significato ha il fatto che in questi comportamenti siano spesso coinvolti, con diversi gradi di protagonismo o connivenza, più operatori insieme?

Il “noi siamo diversi” “ai nostri servizi non accadrà mai” è una risposta pericolosa, perché se non ci si interroga a fondo su quanto sta accadendo… è vera oggi ma domani forse no.

Non abbiamo una risposta completa, ma una convinzione sì: che l’inchiodare i protagonisti negativi di queste storie – diretti in quanto autori delle violenze o indiretti, per mancato controllo – alle loro responsabilità è solo una parte della questione. Forse vi è paura di porsi queste domande e la lingua italiana non aiuta, visto che voler “capire” o “comprendere” sembra un atto pericolosamente limitrofo al “giustificare”, un richiamo al sociologese di quarant’anni fa per cui “è colpa della società”.

E invece la comprensione di un fenomeno sociale è sempre un bene e non ha nulla a che fare con la connivenza; mentre al contrario fermarsi allo sdegno per rimarcare la nostra appartenenza al gruppo dei “puri” non fa che aumentare la probabilità che il peggio si ripeta.

Perché un operatore sociale insulta o percuote il proprio utente? Chiediamolo, a chi lavora con noi. Facciamolo chiedere anonimamente da qualcuno esterno, se temiamo che al superiore gerarchico per evidenti motivi non si dica la verità: “Hai mai sentito l’impulso di aggredire un utente? Perché?” Probabilmente, se chi risponde sentisse di poter dire la verità, i sì sarebbero moltissimi. Perché per uno che effettivamente picchia o insulta un bambino, un anziano, un disabile, probabilmente cento hanno sentito almeno una volta la seria tentazione di farlo; ma i nostri servizi non possono reggersi sui freni inibitori, che siano morali o derivanti dalla paura di essere puniti: semplicemente questi impulsi non dovrebbero nascere e se nascono dobbiamo capire perché.

Certo, si potrebbe obiettare, sono temi non del tutto nuovi o originali; di burn out si parla da sempre tra chi opera nei servizi alla persona. Ma l'impressione è che vi sia qualcosa di più: non solo la fatica che fa scoppiare, ma qualcosa di rabbioso e distruttivo che non abbiamo ancora ben compreso. Di qui in avanti abbiamo solo ipotesi: operatori sotto pressione sempre maggiore, perdita di senso del proprio lavoro, percezione di scarsa legittimazione sociale del proprio operator, risentimenti, fatica, scollamento con l’organizzazione, soppressione di tutti i momenti di supporto e confronto, selezione dell’operatore sociale estranea al minimo contenuto vocazionale, burn out, mancato ricambio generazionale e di funzioni, e tante altre cose possibili. Bisognerebbe approfondire, capire meglio. Ma di questo “lato oscuro dell’operatore sociale” dobbiamo essere consapevoli, comprenderne le cause che ne favoriscono l’insorgenza e per quanto possibile rimuoverle.

Sognando una rivolta degli ingranaggi

Cosa hanno in comune le vicende siciliane raccontate in questo sito e quelle della banca dell’Etruria e delle altre banche che hanno disperso i risparmi di tanti cittadini? Molte cose vengono subito in mente. Un agire spregiudicato, ai limiti della legalità (o oltre i limiti, ma questa valutazione la lasciamo ai giudici). Il compiere azioni che gettano migliaia di famiglie nella disperazione. La difficoltà, almeno allo stato attuale, di allocare chiaramente le responsabilità principali e quindi la spiacevole sensazione che i maggiori colpevoli, anziché essere inchiodati alle proprie colpe e pagare per i disastri compiuti, rischiano non solo di uscire indenni, ma di presentarsi impuniti e sorridenti come coloro che hanno fatto il possibile per limitare il disastro. Il ruolo deteriore della politica e delle istituzioni. Queste e molte altre cose.

Ma oggi vogliamo parlare di un tratto particolare e spesso trascurato. In entrambi questi casi, accanto ai responsabili principali, vi sono sicuramente decine o centinaia di persone complici, attivamente o con il loro silenzio o inerzia, di quanto avvenuto. Quadri intermedi, funzionari, impiegati, persone assolutamente al di fuori dei circuiti di potere dove questi disastri si originano, con un interesse personale blando o inesistente o al massimo riconducibile al quieto vivere.

Di loro voglio parlare.

Obiezione: e con tutti i pezzi grossi, i veri responsabili, quelli che si arricchiscono in modo spropositato o che intrallazzano con la politica, vuoi prendertela con qualche poveraccio che guadagna 1300 euro al mese, contro un padre di famiglia che segue solamente ordini e indicazioni di un superiore e che se non lo facesse rischierebbe guai seri?

Sì. Proprio con queste persone me la prendo oggi.

Perché tanto lo scandalo delle Banche fallite, quanto quello dei mancati pagamenti che in Sicilia rischia di mettere in ginocchio un’intera Regione, richiedono anche il concorso di questi anonimi complici.

Funzionari di banca premiati come venditori eccellenti perché rifilavano titoli truffa ai risparmiatori, come l’agente che ha truffato il povero pensionato suicida. Ma anche tanti altri che facevano il suo stesso mestiere o che lavoravano lì e comunque sapevano quanto stava accadendo. Dirigenti, funzionari e dipendenti pubblici della Regione Sicilia che negli anni in cui il disastro che oggi sta maturando non potevano non sapere quanto stava avvenendo e forse hanno eseguito un ordine, messo una firma, messo una pratica sotto la pila delle carte, contribuendo a portarci alla situazione in cui siamo.

Probabilmente queste persone non si sentono in colpa, se non nel caso estremo all’attenzione delle cronache relativo alla vendita di titoli al pensionato poi suicidatosi. La percezione di sé che queste persone hanno è generalmente quella di fare semplicemente il proprio lavoro, di eseguire degli ordini, di tutelare con fedeltà la propria organizzazione, insomma, di fare quanto dovuto. Cose che, formalmente, sono tutte vere. Piuttosto, si sentirebbero in colpa se facessero il contrario. Verso l’organizzazione di appartenenza, verso la propria famiglia, perché rischierebbero dei guai sul lavoro. Sono ingranaggi oliati di un sistema che getta nella disperazione migliaia di famiglie, ma alla sera si addormentano in pace con se stessi. Magari sono buoni cittadini che avvertirebbero un senso di disagio a buttare una carta per terra, dopo avere passato una giornata a timbrare o immettere nel PC la vendita di un’obbligazione che farà perdere ad una persona – magari vista davanti a sé per anni ad uno sportello – i risparmi di una vita. Probabilmente sono padri e madri amorevoli e forse amano anche gli animali. D’altra parte se, come ci racconta Hannah Arendt, anche un grande criminale nazista come Eichmann si percepiva come mero ingranaggio di un sistema di cui non aveva responsabilità, figuriamoci un impiegato di banca o un dipendente della Regione Sicilia! Eppure senza il loro assenso, senza il loro essere ingranaggi minimi ma consenzienti, queste macchine criminali non continuerebbero ad esistere.

Ma, ritornando alla prima domanda: perché prendersela con questa manovalanza per di più inconsapevole del malaffare? Forse è una sorta di viltà, un prendersela con i piccoli e lasciar stare presidenti, politici, corrotti, chi si è arricchito, chi quei meccanismi diabolici li ha progettati per interessi personali o di parte?

In realtà è il contrario. Proprio perché la classe dirigente economica e politica di questo Paese non perde occasione per dimostrarsi corrotta e rapace, incorreggibilmente votata al peggio, la speranza è che uno dei possibili luoghi di risveglio civico stia proprio in questi complici di infimo rango. Perché, per la loro posizione, delle trame putride di chi sta al potere qualcosa sanno, certamente più del cittadino e delle vittime; o almeno lo sanno prima di lui. Gli interessi personali che difendono sono di mera sussistenza: il lavoro, il quieto vivere, che poi – ci si rende conto – sono tra i pochi agi di chi occupa quella posizione nella scala sociale; e dunque metterli a rischio può sembrare quasi un atto di eroismo. Ma, da inguaribili romantici, non ci rassegniamo al fatto che, una volta nella vita, anche un banale ingranaggio del sistema voglia sentirsi eroe.

Comunque, lettore, se lo ritieni utile prova a raccontare queste cose ad un funzionario di banca o a un dipendente della Regione, o se vuoi fagli leggere queste righe. Metti in conto che la maggior parte la prenderà malissimo, si inalbererà, protesterà la sua assoluta alterità da ogni condotta deprecabile. In molti casi dicendo il vero, in altri mentendo. Ma basta che ad uno su cento di questi complici inconsapevoli e silenziosi venga un dubbio, una crisi di coscienza, basta che uno solo pensi ai regali di Natale che sta comprando a figli e nipoti e alle tante persone che per opera dell’organizzazione a cui collabora non potranno farlo, per evitare un disastro. Ci salveranno, forse, gli ingranaggi che si ingrippano.

Di fronte alla caduta delle istituzioni

Era il 2011 quando l'Italia si stupì di una capacità di mobilitazione da lungo tempo assente, con 4 referendum abrogativi approvati dopo 24 questi miseramente rimasti sotto il quorum nei precedenti 14 anni. Mesi drammatici, certo, nell'estate dello spread, ma con la sensazione che forse qualcosa stava per cambiare.

Sarebbe lungo ripercorrere speranze e disillusioni che si sono da allora in poi succedute: le tante volte in cui media portati alla facile compiacenza hanno incensato i nuovi salvatori del momento capaci di far intravedere la luce in fondo al tunnel e in cui i dati effettivi hanno riportato il Paese alla realtà, simile a se stesso e un po' più disilluso di prima. Da un crescendo di slogan roboanti - l'Italia salvata, cresciuta, sviluppata - agli immaginifici tweet dei giorni nostri, chi governa cerca enfasi sempre un po' più sopra le righe per cittadini sempre più assuefatti alle promesse di cambiamento radicale, di rinnovamento, di rivoluzione, di stravolgimenti epocali; e ogni volta il cittadino prova a sperarci, a credere che sia la volta buona, salvo poi far montare la rabbia quando invece le cose vanno diversamente, una rabbia che a quel punto non distingue più tra cose buone e cattive e trova bersagli casuali, rabbia che monta, colpisce a caso e si sgonfia (si pensi ai c.d. "forconi" che un anno fa tennero in scacco una metropoli per tre giorni e dopo dodici mesi si ritrovarono in dieci in piazza) E così ecco le elezioni regionali di novembre, con l'affluenza sprofonda sotto il 40% e i votanti che diminuiscono in Emilia Romagna di oltre 30 punti percentuali (!). Ed ecco lestatistiche di Demos, che da alcuni anni (insieme alla simile indagine diEurispes, la cui nuova edizione sarà pubblicata a fine gennaio e che evidenzia comunque numeri simili) misurano la fiducia degli italiani nelle istituzioni. 

 

Risultati mortificanti oltre ogni limite. Scontata la debacle dei partiti - il 3% accorda loro fiducia, insomma, il 90% di chi vota, probabilmente, lo fa turandosi il naso, per timore di esiti troppo distanti da quelli auspicati - e del Parlamento, di cui si fidano solo il 7% degli italiani, cadono le istituzioni più vicine ai cittadini, come i comuni e la Regione. Cadono i sindacati, sia quelli collaborativi che quelli antagonisti. Sprofonda più di tutti il Presidente della Repubblica, il simbolo primo del rinnovamento mancato, del potere che si perpetua sempre più uguale a se stesso, ostinato pervicace, anche quando il cambiamento sembrava dietro l'angolo e dell'istituzione che ha perso la sua terzietà per diventare giocatore e insieme il suo ruolo. 

Ma nel calo di fiducia verso la più alta delle istituzioni vi è anche qualcosa di più profondo: la sfiducia nell'istituzione stessa con l'indice complessivo mostra valori dimezzati in un decennio. E, se l'istituzione è marcia, ecco il dato più preoccupante: quel terzo di italiani che non crede più nella democrazia e che prende in considerazione più o meno esplicitamente sistemi autoritari. E dunque, con che occhi guardiamo ai prossimi mesi? I dati Demos restituiscono un Paese che valuta negativamente il 2014 e guarda con sempre meno fiducia al 2015: peggiore e con meno fiducia nell'effettiva possibilità di cambiamento sui temi di maggiore importanza.

 


In questi stessi giorni Iris Network diffonde il Terzo rapporto sull'Impresa sociale (executive summary - rapporto completo; vedi spazio a fianco); i suoi estensori, Flaviano Zandonai e Paolo Venturi, scrivono, nel presentarlo: "Tornare a fare politica, anche per l'impresa sociale. Potrebbe suonare come uno slogan provocatorio, ma crediamo che per molti imprenditori impegnati a soddisfare "l'interesse generale" delle comunità, delle famiglie e dei cittadini possa essere una buona notizia. Il terzo settore, e con esso l'impresa sociale, è infatti al centro del progetto di riforma strutturale del Paese …". Sapendo che "fare politica" è l'esatto contrario del "vivere di rapporti con la politica" della mafia capitale: nel primo caso ci si pensa come attori di trasformazione, nel secondo si accondiscende allo status quo in cambio del successo economico. 

Ma viene in mente anche quanto evidenzia nelle sue ricerche Luca Fazzi: la dimensione della giustizia sociale - il porsi il problema di allargare la fruizione dei diritti sociali ai cittadini - non è scontata per le cooperative sociali, non è una parte costitutiva e universalmente fondante dell'essere cooperativa sociale; nel campione da lui esaminato il 58% ha smarrito questo orientamento, sacrificato o ad una visione meramente mutualistica rispetto ai lavoratori o a ad un approccio in cui ogni responsabilità in merito alle istanze di giustizia è riversato sul soggetto pubblico, di cui la cooperativa si raffigura come braccio esecutivo. 


Una crisi che, oltre che economica, è morale, di valori e di prospettive, in cui ad uno ad uno i riferimenti ideali cadono miseramente, in cui gli innamoramenti per il salvatore di turno si fanno tanto intensi quanto brevi, in cui il Paese oscilla tra rabbie e sfiduciato adattamento, ciclicamente sensibile - e le tragedie di questi giorni non faranno che rafforzare queste derive - ai richiami che riversano sul nemico esterno l'origine dei mali: qui lavoreremo in questo 2015, con un capitale fiduciario di partenza che - stando ai dati Eurispes di 12 mesi fa (vedremo tra due settimane quelli attuali) - è tra i più alti, insieme (dati Demos, invece) a quelli di Papa Francesco. Insomma una grande responsabilità di cui spesso si è poco consapevoli: che non è solo quella di gestire al meglio i servizi, ma di fornire senso e valori ad un Paese disorientato.

Un trattato per la limitazione delle diseguaglianze

Abbiamo bisogno della solidarietà come dell'aria che respiriamo, ma senza porre un limite alla continua crescita delle diseguaglianze la solidarietà arranca come l'Europa dei limiti e dei confini, incapace di ristabilire un primato dell'umanesimo sulla tracotante dominazione dell'interesse economico finanziario.
Ecco il primo limite di cui credo abbiamo bisogno. Occorre che si metta un freno alla illimitata accumulazione e concentrazione della ricchezza che si è verificata negli ultimi trent'anni in tutti i paesi occidentali. Non solo perché esistono oggi, singole aziende che sono più ricche di interi Stati, ma addirittura singoli uomini che possiedono la ricchezza equivalente a quella di alcune nazioni.

Negli anni della minaccia nucleare, dopo decenni di stallo, si arrivò ad un trattato internazionale per la non proliferazione delle armi atomiche. Oggi il mondo avrebbe bisogno di un trattato internazionale per la limitazione delle diseguaglianze, che potrebbe realizzarsi con una forma di tassazione sovranazionale su grandi ricchezze e patrimoni, che potrebbe finanziare in questa fase le tante "emergenze profughi e rifugiati" di cui noi vediamo solo una parte, ma che da sola, è bastata a mettere in crisi lo stesso concetto di Europa. In un secondo tempo queste risorse potrebbero servire a realizzare piani di sviluppo che favoriscano l'emancipazione dalla povertà sia dei paesi più sfruttati sia delle componenti delle popolazioni più emarginate, anche nei paesi occidentali.

Senza porre un limite alla crescita delle diseguaglianze infatti i fenomeni di migrazione di massa che abbiamo osservato in questi anni, non solo non si arresteranno, ma saranno destinati ad aumentare e non ci saranno confini o limiti territoriali, ne muri di filo spinato sufficienti a proteggere l'egoismo di chi continua a ritenere che la libertà di accumulazione e concentrazione della ricchezza sia un diritto senza limite.

Per questo sono convinto che abbiamo sempre più bisogno di un economia sociale sempre più diffusa, fatta dalle tante forme di attività imprenditoriale, economica e commerciale, che hanno saputo dimostrare come sia possibile ed efficiente un modello di mercato che mette sullo stesso piano il progresso economico e il progresso umano, la solidarietà e l'impresa. Si tratta di quell'economia realizzata da cooperative, associazioni di promozione del commercio equo e solidale, dai gruppi di acquisto solidale, dalle banche Etiche e partecipate. Formazioni sociali che promuovono una democrazia economica senza la quale la democrazia politica è destinata ad essere soggiogata dal dominio della finanza.

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