NotizieInRete 432 - 25/01/2017

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5 cose che ho imparato sull'innovazione sociale

I cittadini possono investire su beni comuni condivisi?

Tutti i numeri del crowfunding

  • tutti i numeri del crowfunding italiano suddivisi per piattaforma e per meccanismo di raccolta in un articolo su starteed.com 

  • crescita del 35% negli ultimi sette mesi

  • affermazione di nuove forme di crowfunding, in particolare il "fai da te" estraneo alle piattaforme tradizionali, molte delle quali mostrano un basso numero di progetti

Terzo settore - imprenditorialità sociale

Politiche sociali e Diritti

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di Ardjana Vogli

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Ba in giapponese significa "luogo": inteso non solo in senso fisico, ma anche in quanto delimitato da tutte le sue componenti materiali e immateriali di conoscenza e scambio tra i vari attori dell'ecosistema; nel lessico dell'innovazione sociale si usa per indicare uno spazio in cui trasmettere i saperi e aprire la mente di tutte le parti in gioco. 

Ho preso in prestito questa slide di Carlo Andorlini perché mi è sembrata una delle più adeguate e simboliche per fare l'introduzione di ciò che è stato il corso "Innovazione Sociale - Persone, filiere, processi di comunità" tenuto a Roma gli scorsi 2-3 Dicembre e 13-14 Gennaio e che aveva come docenti Luca Fazzi, Gianfranco Marocchi e appunto Carlo Andorlini. 

Il corso in questione, uno tra i tanti che Idee in Rete sta realizzando entro il piano formativo settoriale di FonCoop conseguente all'avviso 25, attua ancora una volta la volontà del Consorzio a investire in una buona formazione per i propri soci, formazione che non si limita solo nelle definizioni teoriche ma cerca, più che altro, di offrire stimoli concreti per intraprendere iniziative di trasformazione, mantenendo però bene in mente - anzi attualizzando e portando a compimento - l'identità della cooperazione sociale

E nemmeno il corso di Innovazione Sociale è sfuggito a questa tendenza, infatti l'obiettivo del corso non era tanto di riportare gli sviluppi della letteratura in tema, quanto quello di far passare il processo di innovazione sociale come una pratica inevitabile di trasformazione per salvaguardare l'identità della cooperazione sociale. 

Tutto ciò sembra contraddittorio in prima vista, perché a prima vista trasformare e salvaguardare non sono di certo sinonimi; ma la chiave di lettura è quella di perseguire l'innovazione non come moda del momento, ma come ricerca di strade e strumenti per realizzare nel contesto attuale identità e missione della cooperazione sociale e quindi migliorare la vita delle persone, e introdurre elementi di equità e giustizia nella comunità di riferimento.

Nelle quattro giornate di Roma, dove l'identità della cooperazione sociale è stato definito come il catalizzatore dell'innovazione sociale, si sono presentate e raccontate esperienze concreti e racconti di buoni esempi che sono stati sottoposti anche ad azioni di decostruzione, tramite domande e critiche costruttive, per capire meglio le fondamenta e le motivazioni che hanno portato i promotori di tali esperienze a mettere in atto determinate azioni e non delle altre. Questo ci ha aiutato in modo naturale ad approfondire uno dei driver principali dell'innovazione sociale: vedere le realtà in modo diverso, che implica uno sguardo allargato e critico su ciò che ci circonda per evitare di tagliare fuori le esigenze delle persone o dei pezzi dell'organizzazione e della comunità che possono diventare le basi su cui creare proposte socialmente innovative

Ed è stato lo stesso driver, con l'utilizzo delle interviste personali, che abbiamo scelto per realizzare la parte più pratica del corso che coincideva con il confronto tra noi e le storie di vita da noi riportate e i consigli diretti e concreti del corpo dei docenti per rispondere ai quesiti che emergevano dalle stesse storie. Il momento è stato di grande utilità in quanto abbiamo sottoposto le storie di vita a un processo di co-progettazione collettiva in cui ognuno di noi studenti dava il proprio contributo nella costruzione della risposta migliore che si poteva tradurre bene in un'azione di innovazione sociale per il suo apporto positivo sulla specifica comunità presa in considerazione. 

Gli altri due driver che sono risultati di fondamentale importanza per attivare e maturare percorsi di innovazione sociale sono: 

  • la valutazione e la costruzione delle condizioni organizzative per l'innovazione 

  • l'inserimento dell'innovazione nell'ambiente

Cercando di mettere insieme tutti questi elementi emersi e cercando di tirare fuori quello che personalmente ho imparato nelle quattro giornate del corso potrei dire che l'innovazione sociale: 

  1. è un processo continuo che poggia sull'identità e la mission della cooperazione sociale 

  2. scaturisce solo se impariamo ad ascoltare bene i nostri portatori di interesse 

  3. si matura solo se rendiamo le nostre organizzazioni più organiche e favorevoli al continuo confronto e le prepariamo a mettersi in discussione continua 

  4. non si fa da soli, bisogna che ci collochiamo in un sistema di filiera accogliendo anche gli stimoli delle diverse professionalità e competenze 

  5. esiste quando incrociamo i bisogni della comunità con i nostri bisogni cercando di attivare dei processi reciproci di responsabilizzazione e miglioramento

Penso che, solo se consideriamo tutti questi aspetti e iniziamo a metterli in pratica, avremo la possibilità a lasciare dietro la lettura frammentaria dei nostri servizi, aprendo così la strada a delle pratiche di innovazione sociale "mature" ed "attuali" che contribuiscono a incrementare ciò di cui le cooperative sociali si occupano: il benessere sociale.

Su labsus.org importante editoriale di Carlo Borzaga; il punto di partenza è la constatazione che esperienze di amministrazione condivisa e di gestione comunitaria di beni comuni stanno dando vita a "una delle poche vere innovazioni sociali di questi ultimi anni"; d'altra parte "fino ad ora tuttavia le iniziative di amministrazione condivisa hanno privilegiato interventi leggeri, basati soprattutto sulla messa a disposizione a titolo gratuito del tempo dei cittadini attivi". L'articolo argomenta invece la possibilità di "andare oltre quanto finora pensato e realizzato, passando alla gestione diretta da parte dei cittadini organizzati sia di servizi di interesse comune che di beni pubblici e privati non utilizzati o utilizzati in modo poco efficiente … si va da servizi essenziali ma carenti, alla ristrutturazione, manutenzione e gestione a fini di interesse comunitario di decine di migliaia di immobili, alla gestione della fornitura di acqua fino alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili."

Ciò che viene proposto è di favorire delle forme di investimento comunitario da parte dei cittadini che potrebbero trovare nei beni comuni "una modalità alternativa di utilizzo dei propri risparmi che consiste nel metterli direttamente a disposizione di iniziative di interesse delle proprie comunità, non sotto forma di donazioni ma di veri e propri investimenti remunerati in modo adeguato, anche se comunque inferiore a quello che richiederebbe qualsiasi intermediario finanziario."

Leggi l'articolo completo su labsus.org

 

Condividere una cena: perché una legge?

Ha avuto una certa eco sui media l’approvazione alla Camera di una proposta di legge tesa a disciplinare le attività di ristorazione realizzate presso il proprio domicilio ove i convenuti si incontrano grazie a piattaforme informatiche (vedi ad esempio questa intervista al fondatore di Gnammo, la più nota di queste piattaforme, realizzata da collaboriamo.org, dove sono anche riassunti i principali contenuti della legge).

Il tema in realtà è sicuramente più rilevante rispetto a questa singola attività: ragionamenti analoghi potrebbero riguardare anche l’ospitalità presso la propria abitazione (es. airb&b) o i passaggi in auto (BlaBlaCar) e molto altro; ed è di interesse perché ci introduce a quel luogo sfumato tra economia e società, tra formale e informale, dal quale, come i fan del blog local&share di Carlo Andorlini sanno bene, nascono fermenti e stimoli per chi opera per il cambiamento sociale.

Il problema è che in questo dibattito si mischiano diverse questioni – tutte legittime – che hanno però valenze molto diverse tra loro.

 

1) Costruire spazi di relazione

La prima riguarda l’opportunità, attraverso strumenti come quello considerato dalla proposta di legge, di costruire nuovi spazi di relazionalità o, più in generale, nuovi modelli di azione sociale. Pensare che delle persone sino a quel momento reciprocamente sconosciute mangino insieme, entrino in relazione, condividano uno spazio di azione che contrappone la condivisione alla privatezza degli spazi e della proprietà, rimanda ad una trasformazione sociale di grande rilievo e rispetto alla quale non si può fare a meno di rilevare una profonda sintonia e coerenza con quanto si propongono di fare molte organizzazioni cooperative e di terzo settore.

 

2) Nuovi modelli di impresa

La seconda valenza è legata a nuovi spazi di imprenditorialità non tradizionale e generalmente non connotata professionalmente come attività principale, che, tramite piattaforme telematiche, rende possibile l’attivazione di “capitali dormienti” individuali: la camera che rimane vuota, la cucina i cui fuochi sono spenti o sottoutilizzati, che invece diventano capaci di generare un reddito integrativo.

Capire se si sta parlando della prima o della seconda questione, cioè di aprire nuovi spazi di socialità o disciplinare nuove modalità di azione economica, sicuramente renderebbe più facile il dibattito. Vero è che spesso chi è impegnato in queste attività tende a dire che entrambe le valenze sono presenti, ma questo potrebbe non sempre essere la strada giusta, perché laddove si volesse difendere sempre e comunque anche la seconda valenza si rischierebbe di sottoporre queste iniziative alla regolamentazione tipica delle attività di impresa, con l’esito di deprimere le possibili valenze sociali.

 

3) Ripensare le forme di regolazione dell'attività di impresa

Ma se da una parte, quindi, una delle strade da percorrere è la chiarezza circa la collocazione delle attività sul fronte dell’azione sociale ed economica, vi è, sullo sfondo, un’altra questione che non va sottovalutata e che riguarda l’iper regolazione delle attività produttive, dove obblighi e requisiti sono cresciuti su se stessi oltre ogni ragionevolezza (magari nella pratica diffusamente disattesi), con conseguente reazione di chi si colloca nella parte formale dell’economia contro i nuovi spazi di imprenditorialità di cui sopra, che non possono che apparire concorrenti sleali. Manca però – anche con riferimento ai casi in cui effettivamente tali attività abbiano un esplicito e non marginale significato economico – una riflessione adeguata su quanto esse siano effettivamente censurabili – ad esempio perché lede effettive caratteristiche di sicurezza per l’utilizzatore - e quanto siano invece irragionevoli e soffocanti le norme cui è sottoposta l’economia formale.

Forse la verità non sta in nessuno dei due estremi, ma indubbiamente è molto più vera la seconda affermazione rispetto alla prima: troppe regole non tutelano nessuno se non una burocrazia rapace che nulla ha a che vedere con la tutela del cittadino e molto con la giustificazione della propria sussistenza. E quindi tale questione si affronta (parzialmente) regolamentando le nuove forme economiche e (assai di più) cancellando per tutti obblighi inutili e irragionevoli.