NotizieInRete 437 - 1/03/2017

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Prossimità, una dimensione emergente del lavoro sociale

Se ti interessi di prossimità, leggi...

 

- Lo speciale di Welfare Oggi 5/2015 che a partire dalla Biennale della Prossimità di Genova sviluppa una prima riflessione sulla prossimità e in particolare questo articolo;

 

- un primo tentativo di definire compiutamente la prossimità su Labsus.org;

 

- da ideeinrete.coop, alla ricerca di un fondamento giuridico autonomo della prossimità in un mondo iper regolato

 

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Terzo settore - imprenditorialità sociale

Da IRIS: "Lo studio descrive, in chiave comparata, i modelli esistenti di legislazione dell’impresa sociale e si focalizza sugli elementi fondamentali della personalità giuridica dell’impresa sociale, al fine di fornire raccomandazioni sulle possibili forme e contenuti di uno statuto giuridico comunitario per l’impresa sociale."

 

Politiche sociali e Diritti

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Salute

Italia e mondo

 

 

 

a cura di Ardjana Vogli

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Scorrete la pagina Facebook della Biennale della Prossimità. Troverete una pluralità di esperienze,tutte pubblicate su media di settore e non nelle ultime settimane, molto diverse tra loro: riguardano la cura della persona e la cultura, il cibo e la socialità, la riqualificazione urbana e la salute; riguardano bisogni cogenti e primari come il mangiare e bisogni più elevati come andare a teatro o al cinema. Sono realizzate da soggetti diversi, formali e informali, pubblici, privati e di terzo settore. Alcune sono esperienze di cambiamento sociale importanti, altri fuochi di paglia buoni per un articolo su un giornale e poco più. Ma, lette così, una dopo l'altra, ci stimolano alcune riflessioni, che sviluppiamo nella colonna a fianco.


A Piacenza di sperimenta l'educazione intergenerazionale: una struttura che comprende un centro anziani e un asilo nido ma che presenta alcune aree comuni nelle quali anziani e bambini si incontrano e svolgono delle attività in comune, tra fiabe e attività manuali che alla fine fanno stare meglio sia gli anziani che i bambini.

 

A Milano alcuni ristoranti invece di buttare nella spazzatura i pasti in eccedenza lo rendono disponibile per gli indigenti donandolo a mense e comunità della Caritas, con la doppia valenza di prossimità e solidarietà nei confronti delle fasce più deboli e di contrasto allo spreco alimentare (vedi anche qui).

 

In un quartiere di Genova se sei anziano e non puoi portare la spesa per sei piani senza ascensore, se devi acquistare una medicina quando sei malato, fare una commissione se non puoi muoverti e per tante altre piccole necessità quotidiane puoi passare all'edicola in piazza Palermo dove il "portiere di via" ti aiuterà a cercare una soluzione. Questa attività, gratuita, che vede attivo il nostro socio Agorà, ha anche l'obiettivo di prevenire le truffe di cui spesso gli anziani sono vittime.

 

A Napoli grazie alla collaborazione tra ACLI e un pizzaiolo, nascono il "lunedì della famiglia" con pizza e cinema gratis per famiglie con bambini che altrimenti non potrebbero permetterselo. E sempre a Napoli i cittadini più fragili, possono ricevere visite mediche gratuite e ascolto tutti i giorni della settimana grazie a 30 medici e specialisti che  prestano l'opera gratuitamente nei confronti dei loro concittadini.

E un'antica tradizione napoletana è riproposta a Milano con la cena sospesa promossa dalla Caritas Ambrosiana e da altre iniziative analoghe in Lombardia. Ma insieme alla "prossimità che c'è", si avverte il peso della "prossimità che manca", come racconta una ricerca dell'Università Bicocca sugli anziani che vanno a fare la spesa e mangiano da soli.

 

A Sestri Ponente, Liguria, la prossimità si è incontrata con la tradizione attraverso la rinascita dei forni comunitari, dei quali si è tornato a parlare da qualche anno. Da quando - vuoi per la crisi, vuoi per il piacere di sapere di che farina è fatto il pane che si porta in tavola, vuoi per la rinnovata voglia di stare insieme - associazioni, centri sociali, amministrazioni comunali o semplici cittadini hanno deciso di riproporre un modello antico di aggregazione e cucina tradizionale. L'esperienza si è diffusa anche in altre zone d'Italia come Roma, Val D'Aosta e Piemonte.

 

In Trentino una cooperativa di comunità che gestisce impianti elettrici rileva un distributore in fallimento e gli dà nuova vita ponendo lì la sede della cooperativa e dotandolo di un'officina meccanica; la stessa cooperativa, racconta Flaviano Zandonai, ha rilevato alcuni negozi di alimentari falliti. 

Sulle cooperative elettriche trentine come imprese di comunità molto ci sarebbe da dire e da leggere, come nel caso di eccellenza di Prato allo Stelvio recentemente segnalato da Confcooperative. E in generale il dibattito sulle cooperative di comunità è particolarmente fiorente, un breve viaggio su questo gruppo facebook può contribuire a farsi una prima idea.

 

Anche la cultura è investita dalle azioni di prossimità. A Palermo gli spettatori dei teatri possono comprare un "biglietto sospeso" a prezzo scontato per propri concittadini che a causa dei disagi economici un biglietto non avrebbero potuto permetterselo. L'iniziativa è stata lanciata dai 13 teatri della città siciliana.

 

Sì perché non si vive di solo pane. Per cui esperienze di prossimità come gli empori solidali (ad esempio quello di Lecce, tra i promotori della Biennale della Prossimità), diffusisi nel nostro Paese negli anni della crisi, aprono a Sondrio uno "scaffale delle relazioni" con possibilità di iscrivere gratuitamente i figli di famiglie in difficoltà ad attività sportive, culturali e di svago.

 

E poi ci sono le social street, in cui gruppi di vicini di casa passano dalla relazione virtuale a quella reale, e i tanti casi di feste di quartiere che assumono in sé una pluralità di significati: voglia di socialità, di relazione e contrasto al degrado dei luoghi in cui si vive. O le tante esperienze di rigenerazione di spazi ed edifici destinati al degrado e restituiti alla comunità - è di questa settimana un aggiornamento di uno dei progetti più noti, quello della Polveriera di Reggio Emilia.

O, ancora, i laboratori di comunità, dove si condividono aspetti della propria professione e si costruiscono progetti e iniziative per la propria città.

 

Parlando di salute, nel cuneese sono le infermiere di comunità a prendersi cura degli anziani nei comuni distanti delle valli di Maira e Grana. Un servizio sanitario promosso dall'Asl 1 che trova un punto di forza anche nella volontà delle giovani ragazze a promuovere i valori di prossimità oltre che quelli della cura alla persona.

 

Infine - ma non ultimo, essendo anzi uno dei principali esempi del fermento qui descritto - oltre 100 comuni italiani hanno approvato un regolamento per l'amministrazione condivisa e soprattutto, a seguito di questo, cittadini, terzo settore ed enti locali hanno stipulato oltre 400 patti di collaborazione, come racconta il rapporto Labsus  (vedi anche questo articolo su Welfare Oggi ripreso da SecondoWelfare)

di Gianfranco Marocchi

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Quando alcuni anni fa avevamo iniziato a ragionare sulla prossimità, pareva un tema dai contorni sfumati e difficilmente definibili, ma soprattutto con ricadute pratiche limitate; insomma, un fenomeno di nicchia con un limitato impatto sulle comunità e sul terzo settore. Di più: insieme alle simpatie che il termine suscitava (da destra, apprezzandone il potenziale antistatalista e da sinistra, cogliendone il valore di empowerment delle comunità locali) emergevano le diffidenze (da destra, per il messaggio inclusivo che la prossimità porta con sé e da sinistra, per chi ritiene la prossimità una minaccia per la cultura dei diritti).

E, accanto alle simpatie e alle diffidenze, non mancavano le ambiguità della prossimità, tanto da spingerci ad articolare un “quarto punto” nella definizione che nel frattempo avevamo iniziato ad abbozzare: oltre a 1) essere frutto di una lettura collettiva di bisogni e aspirazioni, 2) prevedere azioni / soluzioni a tali bisogni e aspirazioni anch’esse definite a livello collettivo e 3) includere in tali azioni almeno una parte di azione diretta da parte dei protagonisti – rimboccarsi le maniche in prima persona e non limitarsi quindi solo ad una sollecitazione di un’autorità terza, es. il comune, si è aggiunta 4) l’inclusività. Sì, perché va molto bene il gruppo di cittadini che si prende cura del giardino, della piazza, di un bene pubblico in disuso, ma non è infrequente che ciò abbia come esito il ritenere che proprio in forza di questo impegno tale bene possa diventare un po’ meno pubblico, “nostro” non nel senso solo di prendersene carico, ma anche nel senso di “non loro”: non di altri, di esterni, di stranieri, ecc.

Ma, malgrado tutto ciò, vi è un fatto ormai innegabile: la dimensione della prossimità sta assumendo un rilievo sino a pochi mesi fa impensabile. Gli esempi che trovate nella colonna a fianco sono presi – senza la minima pretesa di completezza – da quanto apparso sul web nelle ultime due o tre settimane e descrivono un mondo ricco, variopinto, vivace; che magari stenta a riconoscersi nei suoi tratti unificanti, a darsi un nome e tanto più un’identità (e di qui il senso di proporre un’iniziativa come la Biennale della Prossimità: appunto far sì che le persone nel confrontare e scambiare le proprie esperienze si riconoscano come parte di un flusso sociale comune).

Guardando ciascuna delle iniziative richiamate a fianco - e tante altre analoghe - se ne troveranno di alcune solide e altre fragili, alcune autentiche e altre che forse sono più che altro espedienti di immagine; ma al netto di questo, è difficile non accorgersi che tutto ciò rappresenta un fatto sociale di dimensioni rilevanti, che sta modificando il senso dell’azione sociale, facendone evolvere gli stessi paradigmi fondamentali. 

Intendiamoci: qualsiasi intervento di una cooperativa sociale dell’ultimo ventennio prevede (e se si tratta di un buon intervento, attua) il “coinvolgimento del territorio e della comunità locale” e sicuramente ciò denota un’assonanza culturale con quanto si sta sviluppando. Ma sarebbe riduttivo non vedere, insieme alle analogie, anche i mutamenti rispetto a quanto è stato sino ad ora familiare a chi opera nel sociale.

Cambia – per dirlo in poche parole e con tutte le semplificazioni che ciò comporta – la titolarità dell’azione. Che non rimane in un soggetto terzo (per quanto radicato) rispetto al territorio: soggetto terzo che mantiene quindi in capo la paternità del servizio, pur realizzandolo anche con il coinvolgimento di una rete di risorse locali. L'azione diventa invece costitutivamente omogenea al tessuto locale in cui si sviluppa, e ciò rimane vero anche qualora il motore primario che lo genera veda il contributo decisivo di un’amministrazione locale, di una cooperativa sociale, ecc..

Esemplificando: un centro diurno per disabili esiste ed opera; poi, se opera bene, secondo logiche di rete, la sua azione è potenziata e valorizzata dalla collaborazione con le famiglie, con associazioni del territorio, ecc., soggetti con i quali vengono portate avanti azioni aggiuntive che migliorano la qualità del servizio; se ciò non accadesse il servizio forse funzionerebbe peggio, le persone inserite probabilmente sarebbero meno soddisfatte, ma gli aspetti fondamentali che lo caratterizzano rimarrebbero gli stessi. Ma la gran parte degli interventi della colonna a fianco, a prescindere dal soggetto che li abbia primariamente promossi, senza una partecipazione e un impegno diffuso dei cittadini, semplicemente non esisterebbero o cesserebbero di esistere. E quindi il territorio – e in esso il cittadino attivo e non professionalizzato - non è un mero destinatario dell’intervento: è destinatario e protagonista al tempo stesso.

 

Tutto ciò apre sicuramente numerosi interrogativi: si tratta di un fenomeno interessante ma comunque “di contorno” ad una parte “core” del lavoro sociale? Per cui da una parte permangono inalterati, pur in una logica avanzata di lavoro di rete, gli aspetti più impegnativi del lavoro sociale - l’assistenza alle persone non autosufficienti, la tutela dei minori, il contrasto alla povertà, la riabilitazione dalle dipendenze, la cura della malattia mentale, ecc.; e dall’altra si sviluppano parallelamente interventi di comunità su temi “soft” inerenti la partecipazione civica, la sensibilizzazione, la qualità della vita, ecc.?

O, al contrario, siamo all’inizio di un’evoluzione che porterà a ripensare le fondamenta stesse del lavoro sociale? Non nel senso, ben inteso, che sia possibile ad esempio gestire una residenza per anziani non autosufficienti solo attraverso meccanismi comunitari, ma - sempre continuando nell'esempio - nel senso che:

1) i meccanismi comunitari diventano decisivi nel modificare chi accede alla residenza, perché abbattono in modo significativo i casi di istituzionalizzazione impropria dovuta all’isolamento degli anziani;

2) la gestione delle strutture, pur contendo una base professionale, evolve verso un’organizzazione mista, in cui convergono elementi professionali e comunitari;

3) cambia il ruolo dei soggetti di terzo settore perché la capacità di attivazione delle risorse comunitarie diventa importante quanto quella di tipo professionale;

4) cambia infine l'immagine stessa di una struttura, che laddove non comprenda elementi comunitari viene percepita come arretrata e infine spersonalizzante, come sarebbe oggi un orfanotrofio rispetto ad una casa famiglia.

Deve essere chiaro che una transizione verso questo nuovo modello di lavoro sociale non si attua con una mera enfatizzazione dei contenuti di lavoro di rete oggi presenti: richiede nuovi equilibri di governance, un’evoluzione del quadro normativo (ne abbiamo parlato due settimane fa), una diversa concezione dei servizi, ecc. Ma questo lo approfondiremo prossimamente.

Concludiamo questa breve riflessione con un parallelo con la parabola di una forza politica italiana. In effetti oggi anche un osservatore attento dei fenomeni politici forse nemmeno sa bene se la formazione politica dei “Verdi” in Italia esista ancora o meno; da una veloce ricognizione su internet trova conferma che da trent’anni fa – quando sono nati - a questa parte quando in un’elezione hanno preso il 3% è stato tanto. Ma oggi la maggior parte delle forze politiche ritengono imprescindibile inserire nei loro programmi tematiche ambientali.

Da questo, in analogia: non sappiamo se la prossimità darà luogo a soggetti stabili e rilevanti nel nostro corpo sociale - imprese di prossimità, come derivazione o evoluzione di una parte degli attuali enti di terzo settore - o se rimarrà un pulviscolo stimolante e interessante, ma anche frammentato e – in quanto tale – marginale; ma, e su questo ci sentiamo di sbilanciarci, di qui a dieci anni la prossimità diventerà una dimensione che chi fa lavoro sociale non potrà ignorare.