NotizieInRete 452 - 26/07/2017

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Povertà educative e risposte basate sulla collaborazione

Impresa sociale: questioni risolte e problemi aperti

Terzo settore - imprenditorialità sociale

Politiche sociali e Diritti

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Italia e mondo

di Carlo Andorlini

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Sembra che una delle parole più usate nel 2017 all'interno dei dibattiti e degli incontri tra gli attori del terzo settore sia “collaborazione”. Forse più usata di “rete” e di “sinergia” che negli ultimi anni erano, e lo sono ancora, centrali nella narrazione di un welfare centrato sulla comunità.

Questa ricorrenza, come altre, è forse figlia di una grande riflessione intorno all'economia sharing che da tempo provoca il nostro terzo settore, lo interroga in qualche modo, lo stimola all'innovazione, lo stuzzica sulla parte relativa alla sua reale capacità di stare nel mezzo della comunità.

E forse, di questo inizio a esserne convinto, questi stimoli, interrogativi e provocazioni stanno lavorando sulla mutazione delle nostre organizzazioni e dei nostri processi semplicemente con la capacità risvegliare modi di stare nella comunità come lo scambio, la densità relazionale, la reciprocità produttiva per entrambe le parti, la disintermediazione.

E forse, l'idea di guardare i temi sociali, le progettualità, i presidi sociali territoriali, le strutture, ecc con una nuova capacità di pensarli “collaborativi” può non provocare cambiamenti tecnologici o di strumenti (come la sharing ci insegna), ma senz'altro cambiamenti di approccio e di relazioni con il contesto.

Su questo allego un draft realizzato per lavoro fatto con l'Università di Firenze per un approfondimento a livello europeo sulle nuove emergenze e la capacità di risposta dei servizi sociali.

Il tema è la povertà educativa, il setting è il nostro del terzo settore e la risposta si alimenta di proposte collaborative.

 

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Di seguito la parte finale del paper.

 

...Concludo questo piccolo contributo sulla povertà educativa con una suggestione ma che è anche una visione. Una visione che chiama fortemente (come è stato il filo rosso di questo intervento) una presa in carico di tutta la dimensione complessiva di proposte e offerte date da un contesto, di tutti gli attori potenzialmente “educanti”, di tutte quelle connessioni che generano inclusione relazionale. Scrive nel Manifesto di Save the children Eraldo Affinati, 

“un bambino affamato non si può nascondere: lo vedono tutti. Ma esiste anche un’altra privazione, invisibile, a danno dei minori. Un disagio nascosto ancora più diffuso di quello economico, sebbene ad esso collegato. È la cosiddetta povertà educativa che può annidarsi in luoghi imprevisti. Si tratta di una ferita profonda e drammatica. Alcuni insegnanti la scoprono in certi alunni, ad esempio nell’ora di italiano o matematica: ma è soltanto la punta emergente dell’iceberg. Dietro la debolezza nella lettura o nel calcolo aritmetico si celano quasi sempre la solitudine, l’angustia, lo squallore che gli scolari hanno respirato nelle loro città sin dalla più tenera età."

O i diritti dei bambini e degli adolescenti diventano un tema che riguarda tutte le politiche urbane del pubblico e del privato (in senso lato) oppure l’intervento sociale è solo ripartivo. Va quindi ripensato il territorio urbano a partire da questi bisogni educativi, fare diventare questi luoghi delle comunità motivanti e educanti, dei luoghi ad alta densità relazionale e ad alta intensità educativa che connettono professioni e azioni diverse.


Il prossimo numero di NotizieInRete  sarà online e nelle vostre caselle mail nella seconda metà di agosto

di Gianfranco Marocchi

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Alcune settimane fa, dopo l’approvazione in via preliminare del decreto sull’impresa sociale al Consiglio dei Ministri, si era commentato il testo evidenziandone alcune problematicità.

Sono seguiti i passaggi di consultazione istituzionali dovuti e a fine giugno il testo è stato approvato in via definitiva e quindi pubblicato la settimana scorsa in Gazzetta Ufficiale [...].

[...] Quali delle osservazioni a suo tempo fatte sono superate dalla versione definitiva, quali rimangono ancora in tutto o in parte valide? Vediamo i punti ad uno ad uno.

 

I settori di attività delle imprese sociali

1) Limitazione delle attività sanitarie ai settori riconducibili ai LEAsuperato, la nuova formulazione parla solo di “interventi e prestazioni sanitarie” dizione che quindi include anche ambiti di attività quali le cure odontoiatriche a indigenti o a stranieri non regolari che proprio perché non incluse nei LEA possono essere di interesse del terzo settore.

2) Impostazione “dirigistica” per cui la legge si prende il compito di determinare il “chi fa cosa” e non solo di individuare le modalità operative corrispondenti alle diverse vocazioni delle famiglie di terzo settore: persiste e quindi vi sono attività del terzo settore precluse alle imprese sociali (es. beneficenza o protezione civile, per fare due esempi di attività che implicano investimenti rilevanti e che potrebbero essere svolti in forma di impresa sociale) e più in generale non è passato il principio ragionevole che, una volta definito quali siano gli ambiti di attività di interesse generale, sia l’autonoma creatività della società civile a inventare in quale modo operare. In generale si è fotografato l’esistente (ove, per continuare nell’esempio, le due attività prima citate sono svolte in forma di volontariato) piuttosto che fornire una cornice in cui liberare risorse della cittadinanza. Ma un aspetto positivo è comunque l’inclusione dell’accoglienza dei migranti tra le attività svolgibili dalle imprese sociali, superando il sillogismo impresa = business = profittare sui migranti.

3) Preclusione alle imprese sociali della possibilità di fare raccolta fondisuperato. La disposizione, contenuta nel Codice del terzo settore e non nel decreto impresa sociale, è stata cancellata, tutti i soggetti di terzo settore possono fare raccolta fondi.

 

I settori di attività delle cooperative sociali

4) Il testo originario lasciava invariati i settori di attività della 381/1991, escludendo quindi le cooperative sociali da tutti i settori di attività delle imprese sociali: superato in modo assai parziale. Il D.lgs. 112 aggiunge ai settori 381/1991 le prestazioni sanitarie, l’educazione, istruzione e formazione professionale, la formazione extra scolastica finalizzata a contrastare la dispersione e la povertà educativa e i servizi per l’impiego. In sostanza, come evidenziava Beppe Guerini in una sua intervista a NotizieInRete, si è tradotto in termini attuali il perimetro della 381/1991; ma - osservazione invece nostra - non si coglie la portata innovativa degli slanci che in questi vent’anni hanno portato le cooperative sociali ad agire in modo innovativo in ambiti quali l’housing sociale, l’agricoltura sociale, l’accoglienza dei migranti, il turismo sociale, la gestione di beni confiscati, in generale ciò che ha a che fare con lo sviluppo locale; tutti questi ambiti potranno vedere attive le cooperative socaili solo indirettamente – come già avviene oggi - nel caso ad esempio con tali attività si realizzi inserimento lavorativo di persone svantaggiate.

 

L’inserimento lavorativo

5) Le cooperative sociali nel testo originario rimanevano legate alle categorie del 1991: il problema persiste quasi totalmente. Altre imprese sociali sono tali se assumono – pur senza sgravi – una platea ampia di lavoratori svantaggiati – secondo le definizioni di svantaggio “comunitario” - , le cooperative rimangono legate all’inserimento delle sole situazioni di disabilità, dipendenze, salute mentale, detenzione. Quello che è cambiato che oggi le cooperative A possono offrire servizi volti a favorire l’occupazione di tutte le fasce di svantaggio, cosa che già facevano ma che diventa ufficialmente riconosciuta.

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