NotizieInRete 461 - 17/01/2017

Newsletter del  Consorzio Nazionale Idee in Rete

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Pieces of Venice:

arte, integrazione, impresa

Appalti riservati: il rilancio del public procurement sociale

Terzo settore - imprenditorialità sociale

Politiche sociali e Diritti

  • www.iononspreco.it, portale contro lo spreco alimentare e per il recupero di cibo e farmaci

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Di Francesca Benvenuto 

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Importante riconoscimento per la cooperazione sociale in un ambito di lavoro di prestigio e qualità come il mondo del design. La cooperativa sociale Futura, associata al consorzio Leonardo di Pordenone, ha collaborato alla realizzazione della collezione Pieces of Venice che recupera i legni dei moli e delle bricole di Venezia e li trasforma in oggetti artistici. La collezione è stata presentata l'11 gennaio scorso alla Triennale di Milano, un'istituzione culturale ospitata all'interno del Palazzo dell'Arte che produce mostre, convegni ed eventi di arte, design, architettura, moda, cinema, comunicazione e società.

Alla cooperativa Futura è affidata la produzione di bastoni, porta medicinali e altre tipologie di oggetti;  appena avviate le vendite, si occuperà anche del confezionamento e della logistica.

Pieces of Venice è un progetto nato dalla  volontà di rendere la produzione artigianale funzionale al benessere del cliente in senso olistico, ovvero a partire dalla percezione tattile del materiale allo stare bene in compagnia

Pieces of Venice riunisce in sé una pluralità di valenze di interesse sociale: recupera i materiali riciclabili della Laguna di Venezia, li mantiene invariati oppure li trasforma radicalmente, per offrirli a un pubblico amante del bello e attento al sociale; e attraverso ciò rende possibile l'inserimento lavorativo. Se i principali destinatari di questo progetto innovativo appartengono a due differenti fasce sociali, bambini e anziani, che rappresentano l'inizio della vita e la maturità, le lavorazioni e le trasformazioni dei materiali sono infatti affidate prevalentemente ad aziende con finalità di riscatto e riabilitazione sociale.

La scelta di optare per una fornitura di carattere etico e solidale ha le sue radici nello statuto stesso dell'azienda: Pieces of Venice è una delle prime Benefit Company, ovvero un'impresa che ha obiettivi non solo economici, ma anche sociali. "La mission di far stare meglio sempre più persone con disabilità o svantaggio sociale che altrimenti sarebbero emarginati all'interno della nostra società" spiega il presidente di Futura Gianluca Pavan "crea una comunione di intenti tra noi di Futura e Pieces of Venice: un punto di incontro che ci permette di lavorare insieme e portare in alto i nostri obiettivi". 

www.piecesofvenice.it


 

La cooperativa Futura è nata nel 1989 e oggi conta 56 soci lavoratori, la metà dei soci lavoratori dei reparti lavorativi sono persone disabili o con svantaggio lavorativo (13 su 25). Dal 2009 si è trasferita in un nuovo stabilimento all’interno della zona industriale di San Vito al Tagliamento (PN) con l’obiettivo di sottolineare il valore del lavoro e del contributo che ognuno può dare alla propria comunità di appartenenza con i propri talenti. Con la stessa visione proiettata alla sostenibilità non solo sociale, ma anche ambientale, il nuovo stabilimento è stato voluto con il più basso impatto ambientale possibile: grazie all’impianto geotermico e ai sistemi fotovoltaico e solare, nonché di isolamento termico, la cooperativa Futura è autosufficente per oltre il 70 per cento dell’energia necessaria.

Tra le varie attività la cooperativa Futura gestisce il portale Geneticamente Diversi che vende online prodotti solidali.

 

I numeri del Terzo settore

L'istat ha avviato nel 2016 la prima edizione del Censimento permanente del terzo settore; alcuni giorni fa sono stati pubblicati i primi dati, relativi al 2015, che aggiornano i precedenti del 2011. Eccone alcuni

  • Enti non profit: 336275, 11.6% in più rispetto al 2011;

  • Volontari: 5528790, 16.2% in più rispetto al 2011;

  • Lavoratori: 788126, 15.8% in più rispetto al 2011. Il numero di enti che si avvalgono di lavoratori è cresciuto del 32.2%

  • Vi sono 55 mila istituzioni non profit ogni 10 mila abitanti, con estremi in Valle d'Aosta e Trentino Alto Adige (oltre 100 enti per mille abitanti) mentre all'opposto la Campania conta 33 enti per mille abitanti;

  • La Lombardia è di gran lunga la regione con più Enti, oltre 52 mila, pari al 15.7 del totale nazionale

  • Ogni 10 mila abitanti, 130 lavorano in enti non profit mentre 911 vi operano in qualità di volontari;

  • L'85% delle organizzazioni ha forma di associazione (+6.5% dal 2011), il 4.8% di cooperativa sociale (16125 contro le 11264 del 2011, con una crescita di ben il 43%), il 1.9% è fondazione (+3.7% dal 2011 ) mentre il restante 8% ha altre forme giuridiche (+86.4%);

di Gianfranco Marocchi

(con la collaborazione di Emilio Emmolo)

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Accanto alla Riforma del Terzo settore, anche il Codice degli appalti contiene previsioni che possono potenzialmente avere effetti molto significativi nei rapporti tra enti pubblici e Enti di Terzo settore.

[...]

Quali lavoratori svantaggiati

L’art. 112 del d.lgs. 50/2016 prevede l’inserimento dei lavoratori elencati all’art. 4 della 381/1991: persone con disabilità, con problemi di salute mentale, di dipendenza, detenuti, minori a rischio di esclusione sociale e integra questo elenco con le persone con disabilità di cui all’art. 1 della legge 68/1999, per quanto nella maggioranza dei casi esse già ricadano entro le categorie della 381/1991; rispetto alla previgente formulazione degli appalti riservati, che prevedeva solo l’inserimento di lavoratori con disabilità (peraltro non nella misura del 30%, ma del 51%, andando a delineare imprese con caratteristiche anomale difficilmente individuabili sul mercato, anche comprendendo le cooperative sociali), offre il vantaggio di essere coerente con l’assetto tipico delle imprese sociali italiane e comunque di consentire un mix di condizioni di svantaggio che consente di bilanciare la produttività e le esigenze di inserimento lavorativo; la limitatezza delle categorie inseribili e la non corrispondenza con l’assetto reale delle imprese sociali italiane, quasi tutte cooperative sociali, sono stati i motivi – ora superati – della sostanziale mancata applicazione degli appalti riservati nella formulazione del 2006. Pur con i dubbi generati da un utilizzo un po’ incerto della lingua italiana dell’art. 112, si può affermare (è questo anche l’orientamento dell’ANAC) che invece le categorie di svantaggio più ampie (i disoccupati di lungo periodo, i disoccupati anziani, i giovani in cerca di prima occupazione, i rifugiati ecc.: vedi voci 1, 2, 3 in questo precedente articolo, paragrafo “Chi sono i lavoratori svantaggiati”) non siano computabili ai fini del raggiungimento del 30% di svantaggiati negli appalti riservati.

Sopra soglia

Diversamente dall’art. 5 della 381/1991 comma 1, gli appalti riservati possono oggi essere praticati anche sopra la soglia comunitaria di 209 mila euro; ciò è vero anche per l’art. 5, comma 4, della 381/1991, che però, al di là del fatto di essere stato poco praticato, porta con sé alcuni limiti che saranno meglio specificati in seguito. Invece, il più noto e applicato art. 5 comma 1 della 381/1991 non può essere applicato sopra la soglia comunitaria perché il fatto di limitare la partecipazione alle sole cooperative sociali è stato ritenuto una distorsione del principio di libera concorrenza.

A quali affidamenti si applica

L’art. 5 della legge 381/1991 ha carattere derogatorio (“in deroga alla disciplina in materia di contratti della pubblica amministrazione…”) e dunque secondo la giurisprudenza prevalente esso non può essere utilizzato al di fuori dell’ambito di applicazione da esso esplicitamente citato (“la fornitura di beni e servizi diversi da quelli socio-sanitari ed educativi”). Gli appalti riservati, invece, sia nella precedente formulazione del d.lgs. 163/2006 che nell’attuale dell’art. 112, non hanno limiti di questo tipo; quindi nulla osta ad utilizzarli nell’ambito dei lavori, ad esempio per inserire persone svantaggiate nella manutenzione straordinaria di un edificio pubblico o di un giardino pubblico. Inoltre la disciplina degli appalti riservati nella nuova formulazione dell’art. 112 può senz’altro essere applicata anche alle concessioni (quindi ad esempio per affidare la gestione di un parcheggio o del bar annesso ad uno spazio pubblico, cioè dove l’oggetto del contratto non è un corrispettivo per un servizio, ma la possibilità di sfruttare un’opportunità di guadagno), mentre è fortemente dubbio che ciò possa essere realizzato attraverso gli altri strumenti qui considerati. Ancora, vi sono motivi per ritenere che gli appalti riservati possano superare le censure introdotte da alcune sentenze amministrative rispetto all’affidamento attraverso la 381/1991 di servizi pubblici locali (es. raccolta rifiuti o trasporti locali).

Quali imprese possono partecipare

L’art. 112 del d.lgs. 50/2016 prevede due possibili modalità di applicazione: la prima mirata alle cooperative sociali di tipo B e alle imprese sociali il cui oggetto sia l’inserimento di lavoratori svantaggiati, la seconda aperta invece a qualsiasi impresa inserisca al lavoro grazie alla commessa almeno il 30% di lavoratori svantaggiati. L’art. 5 comma 1 della 381/1991 riguarda le sole cooperative sociali, cosa che da una parte ha permesso una chiara caratterizzazione di questo tipo di affidamenti, ma dall’altra ne ha confinato l’applicazione a materie limitate e importi sotto soglia, spazi al di fuori dei quali tale riserva è stata considerata lesiva dei diritti di partecipazione di altre imprese. Il comma 4 dello stesso articolo è invece aperto a tutte le imprese, così come la precedente formulazione degli appalti riservati.

Come si configura l’inserimento lavorativo

L’art. 112 del d.lgs. 50/2016 prevede la possibilità di configurare l’inserimento lavorativo sia come “riserva di partecipazione” (possono quindi partecipare alla gara solo le imprese la cui finalità principale sia l’inserimento lavorativo) sia come “condizione di esecuzione”, formulazione che prevede che chiunque possa partecipare, ma l’aggiudicatario debba poi assumere la quota di persone svantaggiate richieste [...]

In conclusione

In conclusione l’art. 112 del d.lgs. 50/2006 ha, almeno dal punto di vista della formulazione giuridica, tutte le carte in regola per aprire una nuova fase in cui nel public procurement possa essere inserita una leva utile a favorire l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate e, forse – se sarà in grado di creare un nuovo standard di competizione – ad orientare l’organizzazione delle imprese in senso inclusivo. Non ha le limitazioni settoriali della 381/1991 e si può applicare ad affidamenti di beni, servizi, lavori, servizi pubblici locali, concessioni; [...]  Di qui in avanti la parola passa ai soggetti pubblici che possono applicarla; il legislatore ha dato loro in mano uno strumento flessibile e adattabile, ma la sensibilità politica che porta a ritenere il public procurement come strumento per affrontare un problema sociale è una scelta che richiede consapevolezza e lungimiranza; quella che, in un’epoca non vicinissima, ha fatto sì che l’art. 5 della 381/1991 diventasse il pilastro di una politica di integrazione non assistenzialistica che molto bene ha fatto al nostro Paese; quella che, invece, è poi mancata a tanti enti pubblici più interessati a briciole di risparmio sugli affidamenti – spesso ripagate da una qualità disastrosa – che ad affrontare in termini complessivi i bisogni del proprio territorio.